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Il culto

Anticamente, lo abbiamo detto, i Romani non rappresentavano i loro dei in aspetto umano, ma ne adoravano lo spirito, senza dare a questo nessuna forma materiale.

Fu soltanto in tempi relativamente tardi che al contatto con gli Etruschi prima, con i Greci poi, si presero l'uso di erigere templi ai più importanti fra i loro dèi ("dèi selecti"). Nei templi si celebrava il culto alla divinità il cui tempio era dedicato, come prima si faceva in luoghi sacri all'aperto, sacrificando, su un altare (ara), animali utili (toro, pecora, maiale).

Nel tempio si raccoglievano pure i doni offerti al dio, fra rituali erano anche figure di cera o di pane, rappresentanti animali, in sostituzione di sacrifici cruenti.

Se i sacrifici erano fatti particolarmente nelle cerimonie pubbliche, in ogni casa si facevano agli dèi offerte di vivande; primizie di frutta, latte, vino, focacce.

Ma i sacrifici e le offerte non erano mai fatti senza essere accompagnate da una preghiera, cioè dalla richiesta al dio di un beneficio in cambio del dono fattogli; talora poi, pregando, il Romano prometteva al dio un dono qualora il beneficio gli fosse stato accordato (voto). Né si ammetteva che il dio potesse, senza disdoro da parte sua, venire meno al contratto stipulato con un mortale, che si fosse nella cerimonia attenuto scrupolosamente alle norme prescritte.

Quando più tardi s'introdusse a Roma il culto greco, anche i Romani presero l'uso di rappresentare in forma umana gli dèi, collocandone l'immagine nei templi; pure per influenza dei libri sibillini s'introdusse l'uso di cerimonie evidentemente di origine orientale, come il "lectisternio", consistente in sacrifici e offerte fatte agli dèi rappresentati sdraiati su un letto, nell'attitudine preferita dai Greci per pranzare; e le supplicazioni fatte da tutto il popolo nei templi, dopo la consultazione dei libri sibillini.

Altre pratiche religiose romane erano le purificazioni o "lustrazioni" (da "lustrare"= espiare, purgare), che si compivano nelle case dopo la nascita di un bambino o una morte, e nella città quando si aveva motivo di credere che l'alleanza con gli dèi fosse stata turbata a causa di qualche sacrilegio avvenuto, o, anche senza che la causa ne fosse conosciuta, quando qualche fenomeno eccezionale desse a temere che gli dèi fossero irritati contro Roma.

Culto dei defunti

I Romani in origine, come tutti i popoli primitivi, dovevano ritenere la tomba stessa dimora del defunto; donde l'uso di collocarci dentro tutto quanto poteva servire in vita; più tardi immaginarono tutti i morti coabitanti in un luogo comune sottoterra, detto ORCO, in quanto tiene i morti lontani (da arceo = tengo lontano) dal mondo dei vivi: luogo che si personificava talvolta in un dio omonimo, il quale per altro non aveva nessuna importanza circa la sorte dei suoi ospiti. Questi, senza nessun rapporto con la loro condotta in vita, conducevano nel fosco Orco (cimitero) un'esistenza piuttosto triste, a cui era data interruzione nei giorni consacrati al loro culto, quando essi potevano, attraverso qualche spiraglio che comunicasse con il mondo esterno, venire fra i vivi.

La loro condizione sottoterra poteva poi essere alquanto addolcita per mezzo di offerte fatte loro dai parenti, che essi proteggevano quali dèi MANI; laddove li spaventavano con i loro ululati di LÈMURI o LARVE, quando restassero privi delle dovute cerimonie.