Stampa

Condivide la pagina

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Religioni

A parte qualche scarna notizia tramandataci molto più tardi, delle caratteristiche peculiari delle religioni e delle divinità che gli italici veneravano, noi non sappiamo quasi nulla.

Inoltre anche se erano state tramandate notizie dei residui antichi culti, i cristiani in senso dispregiativo hanno designato poi tutte le religioni non bibliche "paganesimo".

Paganesimo deriva da "pagos=contado", quindi "religioni del villaggio" o se vogliamo "credenze di villaggio". Che consistono essenzialmente in cerimonie intese propiziare la fecondità delle greggi e la fertilità dei campi, ma anche a proteggerli da poteri demoniaci, da animali o esseri umani nemici, dalla ostile natura e ad eliminare ogni contaminazione gravante su queste piccole comunità.

Già prima nelle caverne, poi nel villaggio, gli italici veneravano divinità funzionali a determinati atti, legati soprattutto all'agricoltura, che negli ultimi anni della preistoria, stava diventando la loro attività economica principale.

Per una società di questo tipo - di pastori e agricoltori - virtù essenziali sono: l'amore alla terra e al lavoro e il conseguente senso della realtà e del concreto; la temperanza (frugalitas); la serietà (gravitas); il coraggio e la prudenza; la fermezza di carattere; il culto di chi l'ha preceduto, quindi gli antenati; e la "pietas", che è quel sentimento di reverenza dovuto ai genitori, agli antenati e al luogo (poi chiamata Patria - cioè terra dei padri).
Il "paterfamilias" (che è il capo della famiglia, del clan, della comunità, che con il tempo si trasforma in "pagos" (villaggio), oltre che essere il saggio "maestro" nell'insegnare queste virtù e a fare apprendere i primitivi strumenti tecnici, diventa anche un "sacerdote", che per quanto lo faccia in un modo grossolano, permea il sentimento religioso tutta la vita degli individui a lui subordinati, ed è inviolabile ed assoluta la sua autorità, di modo che, sia a lui sia alla collettività è attribuito un carattere sacro.

Nell'uomo primitivo la rigenerazione vegetale era già un mistero, ma poi quando scoprì e si dedicò all'agricoltura - lui diventato stanziale e che diventa sempre di più l'agricoltura un'attività essenziale alla sua vita - e vi opera, interviene direttamente e partecipa a quel mistero, manipolando la rigenerazione (con il seme, il solco, l'irrigazione, la cura ecc.)- l'attività e i risultati che ottiene non sono più dovuti ad un fatto accidentale, ma l'agricoltura è anzitutto un ben preciso rituale spaziale e temporale.

L'agricoltore primitivo, penetra e si integra in una zona ricca di sacro; i suoi gesti, il suo lavoro sa che sono responsabili di conseguenze importantissime, perché si compiono entro un ciclo cosmico, e l'anno, le stagioni, il periodo delle semine e quello del raccolto, fortificano le proprie strutture e prendono ciascuno un suo valore.

Dunque le attenzioni sull'importanza di ogni singola azione non sono solo rivolte al fattore spaziale (terreno, seme, lavoro, ecc.) ma anche a fattori temporali (i mesi, le stagioni). Due fattori considerati entrambi "misteriosi", "sacri".

Anche perché ad aggiungersi a questi due fattori, c'è il terzo, che è causa di momenti drammatici, di angosce e di tensioni: e sono le forze distruttrici della Natura (temporali, alluvioni, gelate, siccità, parassiti ecc.) considerate come collera dello "spirito" che era padrone del terreno prima della coltivazione.

Ed ecco -sia per cattivarsi la benevolenza, sia allontanare la malevolenza - nascere riti semplici o elaborati, che tendono a stabilire relazioni favorevoli fra l'uomo e le "potenze" degli "spiriti"; e all'origine gli omaggi e le invocazioni, non erano per nulla indirizzate ad una precisa figura mitica, ma a degli oggetti (es. il chicco di grano) o agli atti stessi (es. la semina, il raccolto); solo in seguito "personificano" queste "potenze", di modo che l'intensità di queste personificazioni variano; ed è il momento degli dei.

Ci saranno dei e dee protettrici della casa, del giorno, del cielo, dei campi, del fulmine, del fuoco, delle messi, dei pascoli, dei boschi, dei fiori, degli orti, dei frutti, ecc. ecc. Si avvalgono di culti semplici e austeri, creando una "religione", che nell'esperienza del singolo uomo, è una forza che è sentita come superiore e che interviene nella vita umana che non è molto diversa da quella vegetale, con forme nuove e infinite della Vita, dove nulla muore realmente, ma tutto si reintegra nella materia primordiale e riposa aspettando una nuova primavera.

Tutto il mondo è basato sul ritmo, sull'eterno ritorno. E la convinzione che qualcuno governi tutto questo è sempre più forte.

Penetrando queste idee e culti dentro una collettività sempre più grande, è questa poi a fare da sostegno alle religioni.

Erano "religioni primordiali" ("naturalistiche", "popolari", anticamente anche "monoteistiche") che scientificamente non possono essere accertate; proprio per tale ragione la dogmatica, sia quella ecclesiastica-ortodossa, sia quella ispiratisi alle scienze naturali, si è occupata di queste religioni primordiali, e a tal riguardo si ha l'antitesi fra le teorie che concepiscono le origini come uno stato superiore e quelle che invece le concepiscono come uno stato inferiore: nel primo si parla di monoteismo primordiale; nel secondo caso si parla delle forme elementari della fede in una "potenza" o in "anime" (animismo) che a poco a poco hanno dato luogo a forme superiori.

Una concezione in un certo modo intermedia è quella di una "religione naturale" innata nell'uomo. Di modo che, alcuni sostengono che ogni religione, in quanto rivelazione, è primordiale, perché il concetto di rivelazione include quello dell'originario, di ciò che è mai stato.

Ma parlando di monoteismo primordiale, inteso come principio di ogni credenza in Dio, già presupposto della Bibbia (Gen.1 sgg.) in relazione ad una rivelazione originaria, è attestato in diverse popolazioni primitive.

Queste religioni popolari (quindi non nazionali, non universali - per molti il mondo era piccolo, esisteva solo il pagos- e questo era il suo solo mondo) creando poi dei simboli, sembrano poi allontanarsi dal monoteismo primordiale. Così diventerà corrente fare della "religione popolare" del paganesimo, o sinonimo di superstizione. Tesi contestata da molti perché la "religione popolare" comprende tutti i sentimenti, le idee e le attività di quel popolo aventi relazione con la sfera religiosa, ed essi vanno assai al di là da quella che è chiamata "superstizione". Adoravano i loro dei, o l'unico dio, con lo spirito, senza dare a questi nessuna forma materiale. E se prima erano degli oggetti, dopo sono forme astratte, alcuni divinificano l'uomo (in alcuni paesi il grande guerriero, il altri il saggio, in altri ancora il mistico).

Simboli e celebrazioni in loro onore -alcuni banalissimi- che è stato difficile in seguito -nei successivi 2700 anni- sradicare dal "villaggio" e poi dai "popoli" (simboli, riti, feste, ricorrenze, sacrifici) e che alla fine buona parte sono stati inglobati, o semplicemente affiancati (anche se con altri nomi) nei riti, feste, ricorrenze, sacrifici, nelle religioni monoteistiche rivelate (oltre a chiamare pure certe istituzioni e gli addetti con lo stesso nome).

La notevole circolazione di fatti culturali nella penisola, a partire dall'VIII secolo, assicurò una serie di esperienze comuni, nonostante molte divisioni politiche e la perdita delle autonomie locali. Queste esperienze (ma spesso imposizioni dall'alto) ci furono pure nel campo religioso.

Delle altre regioni italiche sappiamo poco e quasi nulla; ci resta però la storia romana, che oltre a farci seguire l'evoluzione religiosa, qui e là, ci narra una miriade di credenze che allora erano presenti e osservate a Roma e nelle numerose regioni conquistate a partire dal V secolo.

Nella metà del IV sec. a. C. i Romani conservavano ancora la loro rozza religione originaria, poco diversa da quella delle altre popolazioni italiche, e solo leggermente influenzata nel culto da qualche abitudine etrusca o greca.

Quasi del tutto prive di mitologia, le divinità romane erano concepite come forze dalle quali dipendono i fenomeni della natura che più da vicino interessano i coltivatori della terra, o presiedenti ai vari momenti della vita umana, "forze occulte, inafferrabili, che si conoscono solo per gli effetti che producono e non si individuano che in un atto determinato; per modo che la personalità di tali dèi non si precisa abbastanza per entrare in una forma umana" (Marquardt). Donde l'assenza assoluta di immagini religiose nel culto latino, accontentandosi i Romani di conoscere dei loro dèi soltanto il nome e le particolari competenze, per poterli invocare a proposito, onde essere da loro protetti. Perché tutto il culto romano si riduce in sostanza a pratiche dirette ad assicurare agli uomini, o meglio ai raggruppamenti umani (famiglia, gente, stato), la benevolenza degli dèi, affinché la vita sociale possa svolgersi felicemente e l'associazione che invoca gli esseri divini possa trionfare su le altre.

Queste usanze religiose, cultuali, a carattere sempre più regolare, definite attraverso una tradizione, diventano riti, che forse in origine erano tenuti segreti dall'unico "sacerdote" del villaggio, ma che poi diventato questo una popolosa "città" s'impose la moltiplicazione degli "officianti", e quindi nacque la necessità di una definizione scritta in libri rituali (Rituale Romanum).

"Religio" infatti, secondo gli stessi Romani (Cicerone la fa derivare da "redigere" cioè "osservanza"; ma in seguito Lattanzio la farà derivare da "religare", cioè da "connettere" vincolarsi a Dio) non significava che cura meticolosa nell'osservare le pratiche dovute verso gli dèi; perché altrimenti le cerimonie avrebbero perduto qualsiasi valore, qualora fossero state menomamente alterate le norme prescritte del culto.

Tali norme erano contenute negli "indigitamenta", redatti dai Pontefici; in questi erano enumerate le forze divine di cui conveniva implorare il soccorso in ogni singolo caso, e di cui nessuna doveva essere omessa, se non si voleva che la preghiera fosse inefficace; ed erano pure prescritte le regole del culto da osservarsi in ogni minima circostanza della vita domestica, quali la celebrazione del matrimonio, la nascita di un bambino, l'inizio di una professione, ovvero nelle diverse età dell'uomo e perfino nelle banalissime cose (nell'odierno Giappone è tuttora così).

Nello stesso modo erano rigorosamente fissate dalla consuetudine le pratiche religiose inerenti alla vita della gente e della "civitas", nessun atto importante della quale si sarebbe iniziato senza che fossero state compiute le pratiche dovute verso le divinità.