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Interpretare la Bibbia

Da secoli, la Bibbia è il Libro più diffuso nel mondo.

E' stata tradotta, interamente o in alcune sue parti, in circa duemila lingue, distribuita ogni anno in centinaia di milioni di esemplari; la si compra, la si regala e la si legge perché si è convinti che essa contenga un messaggio di capitale importanza per ogni essere umano. Gesù Cristo ha formulato chiaramente la ragione per la quale i suoi contemporanei la studiavano: «Voi investigate le Scritture, perché pensate d'aver per mezzo di esse vita eterna» (Gv. 5:39). È questo lo scopo per cui l'autore di uno dei Libri biblici ha scritto la sua opera: «Queste cose sono state scritte, affinché... abbiate vita nel suo nome» (Gv. 20:31). L'apostolo Pietro «paragona la Parola vivente ed eterna di Dio» a un «seme incorruttibile» capace di rigenerare l'uomo (1Pi. 1:23). L'apostolo Paolo dice che essa ci permette di condurre una vita giusta e disciplinata, e ci prepara a compiere ogni opera buona (2Ti. 3:16,17).

«Fantastico, diceva qualcuno, la Bibbia è il libro più diffuso ma... il meno letto». Per quale motivo? Molti di quelli che ne hanno cominciato la lettura l'abbandonano dopo qualche deludente tentativo, dichiarando: «Non ci capisco niente!» Oppure, essi si limitano alla lettura di qualche brano -che non presenti difficoltà- dei Vangeli, degli Atti, forse della Genesi o dei Salmi. E il resto? Lo si lascia ai teologi.

D'altronde, nell'ascoltare ciò che essi deducono da alcuni passi nelle loro predicazioni, tranquillizziamo la nostra coscienza con l'idea che sia veramente necessario aver fatto studi specialistici, conoscere il greco e l'ebraico, la storia e la filosofia antiche, per poter ricavare degli insegnamenti validi da altri passi.

Questa prospettiva corrisponde all'intenzione divina? Certamente no! «Ogni Scrittura è ispirata da Dio è utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Ti. 3:16,17).

I cosiddetti “padri della chiesa” affermavano che la Scrittura è «la base e la colonna della nostra fede» (Ireneo, 125-202), essa è «la fonte della salvezza... sufficiente da sola a far conoscere la verità» (Atanasio, 298-373).

Questo credono anche i cristiani evangelici. Siamo pienamente d'accordo con i Riformatori quando pongono Sola Scriptura «La Scrittura solamente» come uno dei fondamenti essenziali della fede cristiana. Come loro, affermiamo che «la Bibbia è l'autorità sovrana in materia di fede e di dottrina». Ma a che giovano queste belle dichiarazioni se non si comprende il testo, che serve da fondamento alla nostra fede, o se ne distorce il senso? Tutte le eresie si appoggiano sulle Scritture o, meglio, su una falsa comprensione delle Scritture. Se, nonostante un comune riferimento alla Parola di Dio, la cristianità è così divisa, non è, in fin dei conti, a causa di errori ermeneutici? Se da uno stesso testo, qualcuno ricava una conclusione opposta a quella di qualcun altro, o l'uno o l'altro (o forse entrambi?) interpreta male la Scrittura.

Autorità della Scrittura

Quel­lo dell'autorità costituisce un principio basilare che supporta importanti temi teologici come la rivelazione, l'ispirazione, l'infallibilità e l'iner­ranza, la necessità/sufficienza/chiarezza del­la Scrittura e l'interpretazione biblica. È un fat­to indubitabile che la Scrittura canonica orien­ti e diriga la dottrina, la disciplina e la devozio­ne della chiesa. Inoltre esiste un ampio consen­so sul fatto che essa si rende mediatrice dell'au­torità sia di Colui che l'ha prodotta e donata, sia di Gesù Cristo che l'ha attestata e, soprat­tutto, portata a compimento. La Scrittura risul­ta infatti indissolubilmente associata all'auto­revole parlare di Dio, insegnando che ogni ve­ra autorità, anche di tipo terreno, ha in Lui la propria scaturigine (Gv. 19:10,11a; Ro. 13:1). E, d'altronde, sappiamo bene che Gesù respin­se tutte le tentazioni di Satana facendo appello proprio all'autorità delle Scritture (Mt. 4:1-10); e che il suo ministero pubblico suscitò stupo­re tra gli ascoltatori "perché insegnava loro co­me uno che ha autorità, e non come i loro scri­bi" (Mt. 7:28,29).

La Scrittura esercita davvero la sua piena au­torità solo quando la si interpreta in modo cor­retto. Un approccio esegetico sbagliato rischia infatti di vanificarne totalmente sia lo statuto sia la portata. Il compito dell'interprete è di ca­pire la Scrittura e di applicare ai pensieri e al­la vita di ogni giorno l'insieme delle verità uni­versali emergenti dai testi esaminati (verità che riguardano essenzialmente Dio e l'umanità, nonché le loro mutue relazioni). Siccome i li­bri della Bibbia sono stati indirizzati a perso­ne le quali vivevano in epoche e situazioni assai lontane e diverse da quelle della nostra odierna quotidianità, occorre procedere adottando un metodo esegetico corretto, derivante da precise regole ermeneutiche che ora andremo sinte­ticamente a richiamare.

(a) L'analisi di tipo storico-grammaticale, la quale si sforzerà di tenere in debito conto ele­menti come i dati linguistici, il genere lettera­rio, lo sfondo geografico /culturale/ storico, le particolari situazioni vissute sia dallo scrittore sia dai suoi primi lettori, ecc. A questo livello ci si deve pertanto chiedere dove, quando, da chi, per quale motivo, con quale finalità e con quali risorse è stato scritto il libro oggetto dello studio (ciò significa fare, in un certo qual mo­do, "critica biblica"): ovviamente, tutte le rispo­ste che dovessero assimilare gli autori biblici a persone false e ingannatrici, come avviene per diverse teorie critiche, andrebbero subito scartate. La comprensione del testo infine, dovrà fare i conti con le difficoltà che talvolta s’incontrano. Per fino uno come l’apostolo Pietro, che per alcuni anni era stato a stretto contatto di Gesù in qualità di discepolo, confrontandosi con gli scritti di Paolo ebbe a riconoscere che in essi “vi sono alcuni cose difficili a capire” (2 Pi. 3:16). Ebbene per giungere alla reale comprensione di un passo “difficile”, ci si potrà per esempio muovere secon­do la norma indicata dalla Confessione di fe­de battista del 1689 (1.9): "La regola infallibile per l'interpretazione della Scrittura è la Scrit­tura stessa. Perciò, quando si presenta un problema riguardo al significato vero e completo di un brano della Scrittura (la quale è un'unità e non una pluralità di scritti indipendenti l'uno dall'altro), tale brano deve essere esaminato al­la luce di altri brani più chiari". Si tratta insom­ma di mettere ancora oggi in atto il noto prin­cipio dei Riformatori, Scriptura sui ip­sius interpres.

(b) L'indagine applicativa, la quale, una volta verificato che le verità universali dedotte dal­la precedente analisi sono del tutto conformi alla cornice cristocentrica e redentiva della ri­velazione, tenderà a discernere quali risvolti pratici scaturiscono dalla comprensio­ne del testo stesso. "Siccome la Parola di Dio è efficace (Eb. 4:12) e non torna a Dio a vuoto (Is. 55:11), la sua comunicazione mira sempre al­l'applicazione. Accontentarsi d'illuminare il te­sto non basta. La Parola di Dio è una lampa­da sul sentiero, una lampada che deve aiutare ad illuminare la realtà e ad orientarsi" (P. Bo­lognesi).

Risulta altresì chiaro che un simile percorso verrà portato avanti nella consapevolezza che tutta la Scrittura "è utile a insegnare, a ripren­dere, a correggere, a educare alla giustizia, af­finché l'uomo di Dio sia completo e ben prepa­rato per ogni opera buona" (2 Ti. 3:16,17).

In tutto ciò è assolutamente indispensabile cercare la guida dello Spirito Santo, perché solo attraverso il suo aiuto saremo in grado di capire a fondo il senso e l'orientamento dei principi scritturali, come pure di realizzare la realtà di Dio nella nostra esistenza. Se facessimo a meno del ministero dello Spirito, garante e interprete di questa Scrittura di cui l’autore, resteremo sicuramente intrappolati in un biblismo meccanico e sterile. Una vita sottomessa all’autorità della Parola di Dio, invece potrà realizzare e gustare, grazie all’azione dello Spirito Santo, la perfetta comunione con il Padre e con il Figlio (1 Gv. 1:3). Dimorare sotto tale autorità è un’ottima norma per la rettitudine teologica, ma anche per la vita spirituale. J.I.P.