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La Comunità di Gerusalemme e l'Apostolo Paolo

La prima comunità cristiana che si riuniva a Gerusalemme attorno a Pietro e agli altri Apostoli del Signore era composta da Giudei di razza. I componenti di questa comunità frequentavano il tempio e osservavano la legge ebraica. La loro fede era in generale quella giudaica.

Gli altri israeliti consideravano questa primitiva comunità solo come una delle numerose scuole o sette ebraiche, e la chiamavano la setta dei Nazarei o dei Nazareni. Innanzi tutto i Nazarei si differenziavano dagli altri Giudei in un punto molto essenziale: essi credevano che Gesù, malgrado il rifiuto del popolo ebraico e malgrado lo scandalo della cro­cefissione, era il Messia, che Egli era risuscitato dai morti, che gloriosamente ora regnava accanto a Dio Padre e che tra breve «sulle nuvole del cielo» sarebbe venuto a giudi­care il mondo. La speranza che la venuta del Messia e la fine di questo mondo fossero prossime, danno a questo pri­mitivo cristianesimo il suo particolare carattere.

Gli apostoli sono i testimoni oculari, i garanti della sua realtà storica. Ma la loro predicazione non si limita a affermare un puro dato di fatto. L'epilogo glorioso del dramma della crocefissione non è stato casuale; esso è stato conforme al «determinato consiglio» di Dio, ed è stato preannunziato per mezzo dei Suoi Profeti nelle sante Scritture (Ro. 1:2). La testimonianza Cristiana è appunto l'affermazione di questa conformità che, sì concretizza nell’Evento Cristo. La chiave di interpretazione è la figura del «Servo di Dio» sofferente, del Secondo Isaia, che viene associandosi in modo nuovo e inatteso, sebbene non del tutto ignoto al tardo giudaismo, con la figura gloriosa del Messia. Il Messia deve soffrire, come Servo di Dio, onde portare il peso dei peccati del popolo; doveva comparire in umiltà e segretezza, per tornare in gloria a stabilire il suo Regno. Ma gli apostoli sono sicuri del suo ritorno, perché sanno che è già venuto: la certezza di avere vissuto con l'Atteso durante un breve, ma incomparabile momento di storia, la certezza di averlo veduto glorificato dopo una morte piena di significato, è il fondamento della nuova attesa, quella del suo ritorno. La speranza di Colui che viene si fonda sulla fede in Colui che è già venuto”.

Sviluppo del Cristianesimo

Lo sviluppo del cristianesimo portò presto oltre questa primitiva posizione: ellenisti, Giudei della diaspora greca, si unirono alla comunità finora composta solo da galilei.

Il primo problema che pose di fronte i rappresentanti della comunità palestinese e i nuovi credenti provenienti dal paganesimo fu questo: i nuovi convertiti devono considerarsi come aderenti al giudaismo, nella sua particolare forma cristiana, o a qualche cosa di interamente nuovo? Se dovevano essere considerati come proseliti Giudei, la via per ammetterli nella Chiesa doveva essere la circoncisione: tale fu la soluzione conservatrice caldeggiata dalla comunità di Gerusalemme, presieduta dal «fratello del Signore», Giacomo. Questa soluzione fu combattuta dal partito innovatore, che aveva la sua base nella chiesa di Antiochia, e in Paolo il suo più grande sostenitore.

Paolo sosteneva che l'Avvento di Cristo significa la fine dell'evo precedente: epoca di segni, di ombre, di riti ammonitori. La fede in Cristo, suprema realtà spirituale, è anche somma libertà: il cristiano non è sottomesso a nessuna «legge» se non a quella interiore dello Spirito e della grazia. La polemica di Paolo contro la «Legge» è tutta materiata di esperienza personale. Lo zelante fariseo, che con tutta la sua fedeltà alla «Legge» si era trovato nella posizione falsa di oppositore di Cristo (Ga. 1:13-16a), aveva dovuto riconoscere con intimo tormento la natura provvisoria, ingannevole di una religione di riti, di regole, di opere meritorie: da essa il giovane Saulo aveva ricavato soltanto una soddisfatta sicurezza di sé, che al momento cruciale si era rivelata vana. Non è questa la sorte di tutte le tecniche spirituali di auto elevazione? Ma le promesse più fulgide della Bibbia, che si riassumevano nell'annunzio del gran giorno della misericordia e della liberazione, non erano per i ricchi spirituali, erano per i poveri. Il «ricco» Saulo s'era fatto «povero», per «conoscere Cristo, e la potenza della sua risurrezione, e la comunione delle sue sofferenze» (Fl. 3:1-11). La «giustificazione per fede» aveva ritrovato, dopo i profeti ebraici, un grandissimo assertore.

Lo spostamento della missione cristiana dal suolo palestinese a quello ellenistico ebbe anche come conseguenza una notevole modificazione della sua terminologia. Il concetto ebraico del Messia, la figura ebraica del Servitore sofferente di Dio non avevano alcun significato per i convertiti del mondo ellenistico. Paolo designa il Cristo con il termine: il Signore, Kyrios, che le religioni orientali davano alle divinità redentrici dei culti misterici. Ma il Signor Gesù Cristo non ha in comune con essi altro che il nome. Il termine Kyrios, nella versione greca della Bibbia detta dei Settanta, è il titolo dell'Eterno, di Jahvè: il Dio che interviene sovranamente nella storia per liberare il Suo popolo. A differenza delle divinità misteriche, Cristo è il Signore della storia, colui nella cui Persona Dio viene e verrà. Al tempo stesso, e con un'altra terminologia, egli è il «Figlio» di Dio, che si è reso ubbidiente alla volontà del Padre fino alla morte, e la morte sulla croce.