Condivide la pagina

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Scrittura

Il popolo di Dio ha sempre impiegato questo termine per indicare la letteratura di cui il Crea­tore gli ha fatto progressivamente dono, grazie alla testimonianza diretta di uomini apposita­mente scelti e ispirati, con lo scopo di rivelare sé stesso e la sua grazia. Il vocabolo, attraverso il latino scriptura, deriva dal greco graphé (pl. graphaí), la cui etimologia si riferisce più all'at­to dello scrivere che al materiale prodotto. Esso evoca pertanto la necessità di lasciare una traccia scritta di qualcosa d'importante che si è vissuto. Così, all'indomani del miracoloso passaggio del Mar Rosso e della vittoria su Amalec, Dio disse a Mosè: "Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo" (Es. 17:14; cfr. pure Is. 30:8 e Gr. 36:1-4). Perfino un elemento a prima vista poco significativo come l'itinera­rio degli Israeliti nel deserto venne da Dio rite­nuto meritevole di essere scritto (Nm. 33:2).

 Ma il senso più profondo del termine risiede nell'assoluto bisogno di mettere per iscritto l'immutabile “debar Yahweh”, la "Parola dell'Eterno" comunicata agli esseri umani, in virtù di una chiara volontà rivelatrice, e intrinsecamente dotata del piacere di farsi conoscere: Il rivelarsi di Dio non è altro che l'espressione esterna di un dialogo d'amore. In entrambi i casi, comun­que, non è mai l'uomo che prende l'iniziativa. È invece Dio che sceglie e decide di manifestarsi, per la sua stessa gloria e per l'ammaestramento del suo popolo (Ro. 15:4).

La nozione di "scrittura" è presente anche nel­l'A. P.: infatti apprendiamo che Daniele, nel pri­mo anno del regno di Dario il Medo, poté capi­re la durata della deportazione babilonese me­ditando sui sépher profetici (Dn. 9:1-2). Ora tale termine indica appunto quei documenti scritti (in questo caso, alcune porzioni dei capitoli 25 e 29 di Geremia) che venivano considerati ca­nonici dagli ebrei del VI secolo a.C. Detti sépher si resero disponibili principalmente sotto for­ma di rotolo (megillàh: Sl. 40:7; cfr. Eb. 10:5-7), e furono scritti sia in colonne (Gr. 36:23) sia da ambo i lati (Ez. 2:9,10). Anche nel giudaismo del I secolo d.C. constatiamo l'utilizzo degli scritti sacri sotto forma di rotolo. Quel rotolo conteneva proprio la divi­na parola profetica.

Talvolta il sostantivo greco tradotto con "scrittura", tanto nella forma singolare quanto in quella plurale, viene accompagnato dall'ag­gettivo "santa/sante" (o "sacra/sacre"). È proprio ciò che fece l'apostolo Paolo quando parlò del Vangelo come di una realtà che Dio, fin dai tempi antichi, aveva promesso per mezzo dei suoi profeti én graphais haghíais ("nelle sante Scritture": R0. 1:2) Ancora Paolo, in una delle sue Lettere pastorali, usò l'espressione hierà grammata (Sacre Scritture) per riferirsi alla rivelazione scritta di Dio, l’unica capace di dare “la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù" (2 Ti. 3:15).

Gli autori del N. P. hanno usato graphé/graphaí sia per riferirsi a specifici brani veterotestamentarii (come per esempio in Mt. 21:42) citazione del (Sl. 118:22,23) sia per indicare corpus l'intero corpus delle Scritture ebraiche.

Gli scritti dell'A. P. e del N. P., nel loro insieme, hanno sempre costituito per il popolo di Dio un'unità assolutamente organica e inscindibile: "Nell'Antico Patto è celato; nel Nuovo è rivelato”.

Scrittura e Canone

La Scrittura, in quanto rivelazione autorevole di Dio, è degna di essere creduta; inoltre, per il fatto di contenere le precise direttive del Creatore riguardanti la vita della creatura, merita di essere ubbidita. Que­sto spiega perché, in primo luogo, ci si riferisca a essa come a un insieme di libri detti ap­punto "canonici" (dal greco kanón: regola, nor­ma). Non fu certo per caso che nel II secolo Ireneo co­niò l'espressione kanòn tés aletheías (regola di verità, poi mutuata in "regola di fede" prima da Origene e dopo da Tertulliano) per indicare la piena osservanza di norme atte a definire l'orto­dossia della dottrina cristiana. Dunque la Scrit­tura è, prima di ogni altra cosa, "la norma di fe­de e di morale data all'uomo per insegnargli ciò che deve credere riguardo a Dio e quali dove­ri Dio gli chiede" (F.F. Bruce). Il popolo redento, che ha ricevuto questa straordinaria rivelazio­ne e che a essa ubbidisce, sa di costituire una testimonianza certa di saggezza e intelligenza per il mondo (De. 4:5-8).

Il significato derivato di "elenco" di libri, rico­nosciuti come documenti della divina rivela­zione, è sicuramente posteriore e risale a non prima di Atanasio (IV secolo). Qui è il caso di menzionare il "frammento (o canone) mura­toriano", così chiamato perché scoperto nel­la Biblioteca Ambrosiana, in un manoscritto dell'VIII secolo, dal modenese Ludovico Anto­nio Muratori, il quale lo pubblicò nel 1740: es­so contiene il più antico elenco dei libri del N. P. accolti come canonici, ed è verosimile che sia stato redatto verso la fine del II secolo. La chie­sa ha sempre saputo di non aver prodotto tale canone con il suo proprio ingegno, ma di aver­lo ricevuto in modo progressivo dalla munifica mano di Dio.

Il "canone" dell'A. P. (vale a dire i 39 libri che co­stituivano la Bibbia ai tempi di Gesù) è giunto alla chiesa direttamente da Cristo e dagli apo­stoli, per i quali era fuori dubbio: 1) che la "nuo­va Via" presupponeva l'autorità divina delle Scritture ebraiche; 2) che queste ultime risul­tavano adempiute proprio con l'avvento del­l'era cristiana (Mt. 5:17; Ro. 16:25-27; 1 Pi. 1:10-12; 2 Pi. 1:19-21; ecc.). Per quanto concerne il "canone" dei 27 libri del N. P., si può e si deve parlare della stessa sorgen­te: infatti, è in virtù dello Spirito Santo promes­so e inviato da Cristo (Gv. 14:16,17; 16:7) che gli apostoli poterono trasmettere la Buona Notizia messianica (eu-anghélion) quale verità divina, proclamandola tanto oralmente quanto in for­ma scritta. Come pure fu per l'azione del mede­simo Spirito che i credenti, partendo da quel­la prima generazione, hanno sempre riconosciuto l'autenticità e l'autorità apostolica degli scritti neotestamentari.

Circa l'estensione dell'intero canone, tuttavia, non c'è stato accordo unanime. I protestan­ti mantennero la lista di 66 libri che si trovava nella Lettera Festale n. 39 di Atanasio (scritta nel 367), in Girolamo e negli atti del concilio di Cartagine (397); il concilio di Trento stabilì, nel 1546, l'introduzione di 12 libri "apocrifi" dell'A. P. all'interno del canone cattolico; il sinodo di Gerusalemme del 1672 decise di fare lo stesso per il canone della chiesa ortodossa, introducendo solo quattro dei suddetti apocrifi (Giuditta, To­aia, Sapienza di Salomone ed Ecclesiastico di Ben Sira, detto anche "Siracide"); Martin Lutero respinse la lettera dell'apostolo Giacomo, defi­nendola com'è noto "un'epistola di paglia". Tut­to ciò costituisce, in verità, materia di scarso valore. Infatti, il problema del padre della Rifor­ma era sostanzialmente di natura esegetica, ta­le da fargli ritenere che l'insegnamento di Gia­como contraddicesse quello di Paolo; mentre i libri cosiddetti apocrifi non intaccano certo la dottrina. Ben più importante è il fatto, indubi­tabile, che i principi di canonicità siano rimasti costantemente inalterata.