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Conclusione

A questo punto andrebbero sottolineate sia la provvisorietà dell'ordine sia la possibilità di conflitti.

Il regime attuale non è quello definitivo del regno di Dio. Esso ha un carattere provvisorio, perché deve tenere conto della realtà del peccato. A causa del peccato che pure abita nei credenti essi non posseggono soluzioni infallibili e devono lottare perché l'insegnamento della Scrittura diventi chiaro in loro e trovi applicazione nelle situazioni concrete del mondo moderno. Malgrado il loro impegno per richiamare alla mente la legge di Dio, essi rimarranno segno del regno di Dio e non la sua piena espressione.

Tale sforzo non esclude la possibilità d'una certa conflittualità. La concezione cristiana dello stato che si è cercato di delineare potrà facilmente scontrarsi con le visioni dominanti all'ora attuale. Bisogna metterlo nell'inventario. I cristiani devono essere pronti a affrontare situazioni di conflittualità. Non avranno dunque timore di confrontarsi, senza timore e senza presunzione, coi presupposti che stanno alla base delle scelte degli altri.

Essere cittadini dello stato e del regno di Dio può comportare lo scontro dei rispettivi interessi. Davanti a ciò non esistono ricette tutte fatte. Sarà necessario trovare giorno per giorno una risposta senza eccessiva faciloneria. La città che i cristiani devono contribuire a costruire non è quella della perfezione, ma della mediazione, non quella dell'assoluto, ma del relativo.

I credenti hanno una funzione profetica non indifferente in questo contesto. Essi non avranno timore di criticare l'incredulità, l'ingiustizia, il materialismo, l'edonismo, l'egoismo e tutte le varie forme di discriminazione che si possono incontrare. Non avranno l'obbligo di schierarsi a destra o a sinistra, ma solo dalla parte della verità, della solidarietà e della giustizia di Dio.

L'importanza di minoranze convinte è spesso sottovalutata, ma esse hanno un valore assai superiore a ciò che usualmente si pensa. Contro la tendenza inglobante dello stato bisogna che si levino delle voci profetiche. È vero che anche in passato lo stato ha conosciuto versioni totalitaristiche, ma a esse si contrapponeva anche una diffusa religiosità. La tendenza odierna a abolire ogni dimensione cultica rende ancor più pericoloso il ruolo dello stato moderno.

Da un punto di vista cristiano non si può offrire alcun tributo alla finzione della neutralità. Nel mondo di Dio ogni atteggiamento pilatesco è condannato. Tutti i cristiani hanno una responsabilità politica. Se non tutti devono essere dei politici di professione, tutti devono analizzare i problemi, votare e sostenere chi promuove la giustizia. Anziché lasciarsi ipnotizzare dai miti dei mass-media, i credenti possono affermare il loro senso critico e lavorare per promuovere anche nel mondo di Cesare i valori di Dio.

I credenti non dimenticheranno mai che la loro cittadinanza è nei cieli, ma pur rimanendo vigili e attenti a cogliere il carattere apostata della speranza secolare, sapranno anche ricordare che la loro fatica non sarà vana nel Signore.

La dichiarazione di Oxford su cristianesimo ed economia

È difficile che in economia si ragioni intorno ai criteri che permettono di valutare se certi obiettivi sociopolitici sono più auspicabili di altri. La riflessione di chi di economia si occupa raramente indica soluzioni, anche se spesso riconosce l'importanza di prendere una decisione. "Il teorico dell'economia si sente ancora costretto a negare alla propria scienza il potere di fornire tali criteri di scelta e, di conseguenza, l'autorità di dire 'si' o 'no' a qualunque fine proposto, con l'eccezione, ovviamente, delle decisioni che riguardano la mera fattibilità. Inoltre, alla domanda se la conoscenza economica debba essere giudice dei suoi obiettivi o mera esecutrice, il purista risponde scegliendo la seconda possibilità. È la risposta dell'scetticismo scientifico cui egli si attiene in nome della purezza scientifica dell'economia"

Schlossberg, Samuel e Sider propongono invece una diversa prospettiva. Nella loro raccolta, Christianity and Economics in the Post-Cold War Era. The Oxford Declaration and Beyond, si trova la Dichiarazione di Oxford su Fede Cristiana e Economia insieme ai commenti critici di undici studiosi evangelici che formano un gruppo di studio abbastanza eterogeneo per provenienza geografica, denominazionali e socio-politica. Nato come continuazione alla discussione iniziata alla conferenza su "Prospettive Cristiane sulla vita economica" tenuta ad Oxford nel 1987, il libro è presto divenuto l'opera fondamentale in questo campo di applicazione.

La dichiarazione di Oxford è il frutto di un ambizioso progetto i cui obiettivi sono molteplici:

- chiarire i principali elementi di conflittualità tra i sistemi economici nel mondo contemporaneo;

- ricercare un'interazione tra le risorse bibliche e gli attuali problemi economici;

- sviluppare e specificare alternative e proposte cristiane economicamente rilevanti.

I cristiani fin dall'inizio hanno ragionato, spesso scontrandosi, sulla dimensione economica della vita senza però contribuire a sviluppare un'autentica prospettiva biblica sull'economia; il problema sta, da sempre, nella difficoltà di accordare l'autenticità teologica all'abilità economica. E questo è proprio quello che la dichiarazione di Oxford vuole iniziare a fare.

Il metodo

L'economia "disinteressata" non è mai esistita e logicamente non potrà mai esistere. Lo studio di un problema economico, per quanto di portata limitata, è, e non può non essere, determinato da valutazioni. Spesso però le premesse di valore - i presupposti epistemologici che di fatto e di necessità determinano la ricerca economica- sono generalmente occultate. La Dichiarazione di Oxford rifiuta esplicitamente l'illusione di "neutralità" della scienza economica e inizia con una confessione di fede Cristocentrica.

Il problema fondamentale dell'etica economica cristiana riguarda il passaggio dai principi dottrinali e etici alla realtà complessa dei fenomeni economici. A questo proposito la Dichiarazione è esplicita: "La Scrittura, la Parola del Dio vivente e vero, è la nostra suprema autorità in tutte le questioni di fede e di condotta. Quindi ci rivolgiamo alla Scrittura come guida affidabile". Infatti la dichiarazione illustra questo metodo: l'insegnamento scritturale riguardante la vita economica è riassunto nei paragrafi "Creazione e Dominio" e "Lavoro e tempo libero". Inoltre, come priorità vitale, il documento riafferma la testimonianza biblica che "la giustizia esprime l'intervento di Dio per restaurare le sue disposizioni per coloro che ne sono stati depravati e punire coloro che ne hanno violato gli standard".

Contesto

Il contesto immediato della Dichiarazione è il noto disaccordo tra le chiese evangeliche riguardo le questioni politico-economiche. Si va dall'ispirazione politica di destra che fa apologia del libero mercato, a posizioni di sinistra che si ispirano grosso modo alle teorie del socialismo: tale diversità, considerando la comune affermazione riguardo l'autorità biblica, è quanto meno imbarazzante. Allora il processo di analisi e discussione sottostante alla conferenza che ha poi prodotto la dichiarazione è anche una manifestazione del modo in cui il consenso - un comune pronunciamento- può essere raggiunto. Questo dovrebbe almeno far capire come sia azzardata un'equazione concettuale del tipo "una fede = un'economia". D'altronde anche l'analisi economica "pura" non è per niente unanime sia sulle cause che sugli effetti delle diverse politiche economiche. Ricercare una specifica e unica concezione politico - economica "cristiana" risulta allora essere un'impresa irta di difficoltà.

Contenuto

I cristiani hanno sempre cercato di rispondere ai bisogni del loro tempo. Loro conoscono, partendo dalle Scritture, che sia le persone sia le società possono affidarsi a cose o "forze" che le loro stesse mani hanno fatto. Nella ricerca della prosperità e del benessere l'umanità prima o poi crea delle vere e proprie divinità. Gli dei non lasciano mai da soli i loro costruttori: uomini e donne si mettono in posizione di dipendenza davanti ai loro idoli e prima o poi arriva il momento dell'annichilimento della coscienza e della dignità umana. Le cose create controllano così i loro costruttori come idoli, come dei che possono tradire, ribellarsi ai loro stessi ideatori. Gli strumenti del progresso che noi stessi abbiamo contribuito a inventare, l'economia e la tecnologia, la scienza e lo stato moderno, sono già diventati come tali "cose" e ci impongono la loro volontà, come gli dei.

Sono molti i contributi rilevanti di istituzioni o movimenti cristiani sulla relazione tra cristianesimo e economia, tra modernità e fede, e allora risulta spontaneo interrogarsi sul senso e la specificità della Dichiarazione. Il contributo specifico della Dichiarazione di Oxford, rispetto a altre iniziative analoghe, quali l'enciclica cattolica Centesimus Annus e, da parte protestante, lo studio del Consiglio Ecumenico delle chiese, può essere sintetizzato in quattro punti:

- La specificità della vita economica: la visione biblico-cristiana è caratterizzata da un'idea positiva di dominio come amministrazione della creazione - questa è considerata come mandato positivo che incoraggia l'uso della creatività umana e la creazione della ricchezza- e afferma contemporaneamente la necessità di sottomettere lo sviluppo tecnologico alle specificità umane, impedendo così un'evoluzione autonoma priva di considerazioni etiche.

- Indicazioni di politica economica: questo è il tentativo di chiarire l'atteggiamento e il sentimento cristiano nei confronti di problemi economico-sociali ritenuti particolarmente importanti, come: l'idolatria del mercato e la visione consumistica della vita che ne deriva; il lavoro e la disoccupazione; la povertà intesa in termini relativi, cioè come impedimento a una piena partecipazione alla vita comunitaria; il debito del terzo mondo e la ricerca di una via di uscita; la crisi ecologica; l'economia sommersa e illegale (a esempio il traffico della droga); la necessità di prestare attenzione allo sviluppo "informale" nei paesi in via di sviluppo; il pericolo delle concentrazioni di potere economico.

- Il ruolo dello Stato: questa è stata probabilmente l'area in cui più marcato è stato il disaccordo tra i partecipanti alla conferenza di Oxford. La dichiarazione espone, alla fine, una concezione cristiana dei diritti umani fondata sulla dottrina della persona fatta a immagine di Dio, afferma la positività degli Stati che rispettano tali diritti e avverte sui pericoli delle concentrazioni di potere, anche quelle indirette o informali.

- Il ruolo della chiesa: nessun programma di azione per le chiese è presente nella dichiarazione di Oxford "Cercheremo, allora, ogni opportunità ... per l'applicazione dei principi esposti in questa dichiarazione". L'apparente incompiutezza è probabilmente derivante dal fatto che di per sé la dichiarazione è frutto dell'iniziativa di singoli individui: priva del riconoscimento formale di una qualche denominazione evangelica, essa non si pone così, per sua natura, come Dottrina Sociale Evangelica.

Due brevi approfondimenti

Prendendo spunto dalla Dichiarazione di Oxford è forse opportuno riflettere sinteticamente su due temi tra i più pregnanti: il lavoro e l'economia della povertà.

Il lavoro. Al tempo della riforma, sia Lutero sia Calvino, sottolineano che una persona è creata per il lavoro, "come l'uccello per il volo" (Lutero), e che attraverso il lavoro umano Dio preserva la Sua creazione. Ogni lavoro è degno, l'incarico più umile diventa santo: "Non ci sarà compito così disprezzato né così basso che non risplenda davanti a Dio e non sia estremamente prezioso, se in esso adempiamo la nostra vocazione".

L'uomo è allora pensato come creatura chiamata, tra le altre cose, a cooperare con Dio nel suo lavoro quotidiano. Se questa è la struttura, la Dichiarazione di Oxford, la ripone nel più ampio contesto della riflessione pneumatologica ed escatologica. Il lavoro ha un valore intrinseco ed è definito come quell'insieme di attività che soddisfano i bisogni umani; il tempo libero raggruppa invece quelle attività fini a sé stesse. L'invito rivoltaci sembra quello di non fermarsi a considerare il lavoro solo come attività economica, esplicito contratto di lavoro, opera essenzialmente remunerativa, ma come "insieme di attività"; cioè insieme di comportamenti e azioni il cui risultato non è necessariamente l'attribuzione di un valore economico. L'essenziale non diventa più la chiamata permanente di Dio a svolgere una specifica attività, ma la molteplicità e la variabilità dei doni dello Spirito. Questo perché il lavoro non deve essere finalizzato al consumo, non è semplice mezzo per la conquista del salario, ma è un'attività che, in un certo senso, scaturisce dalla dignità umana. Il "lavoro" rientra dunque in una prospettiva cristiana se e solo se è svolto - ma più propriamente: concepito - in modo tale che la dignità umana risulta protetta, salvaguardata da ogni forma incombente di alienazione.

C'è però un'altra implicazione antropologica, il lavoro può incidere nella formazione della personalità di un uomo, eppure l'essere umano non è il prodotto del suo lavoro, è creazione di Dio.

La realtà purtroppo è molto più ambigua. Il lavoro è spesso considerato come semplice "fattore di produzione" su cui imputare un costo. La dimensione fondamentale del lavoro è così smarrita: "alienazione" è allora il termine che sempre più nel mondo lo caratterizza. Alienazione che vuol dire anche lavorare solo per costruire e difendere benefici personali. Un lavoro cioè svolto in modo "non comunitario": il vero lavoro umano è sempre lavoro per gli altri, al servizio degli altri. Se tutto ciò è vero strutture socioeconomiche e attitudini personali devono modificarsi simultaneamente.

Il lavoro inteso come "servizio carismatico" si appella invece alla essenzialità della vocatio, è un lavoro dove la responsabilità personale non diventa massimizzazione autistica del proprio interesse e dove il principio di solidarietà non camuffa la poltrona della comodità, dove la diligenza non diventa voglia frenetica di lavorare e il necessario riposo fannullaggine.

Se tutto ciò ha un senso ne segue che le persone, ovunque esse siano, hanno il diritto e l'obbligo di lavorare, per contribuire alla soddisfazione dei bisogni, non solo materiali, della comunità e di loro stessi. La comunità è così obbligata a fornire opportunità di impiego, e la chiesa e il singolo a inventare sempre nuove opportunità di servizio. 

L'economia della povertà. Se prendessimo una cartina geografica dell'Africa e guardassimo, casualmente, la parte sinistra di questo continente, troveremo un piccolo paese chiamato Guinea-Bissau (un milione di abitanti). C'è poco di sconvolgente in questo paese. Come molti paesi dell'Africa è molto povero. Eppure ha una particolarità: il valore del suo debito corrente corrisponde a un orribile 1105% delle sue esportazioni (soprattutto di noccioline). In economia internazionale se un paese ha un debito maggiore del 200% del valore delle sue attuali esportazioni vuol dire che è in una gravissima crisi: la bancarotta è prossima. Il quadro è questo: il debito si è formato per realizzare discutibili investimenti (spesso in puro stile occidentale), ma ben presto gli interessi che le banche occidentali richiedono non possono essere completamente pagati e allo stesso tempo le importazioni di prodotti necessari alla popolazione locale non hanno luogo. Come uscire allora dalla trappola della povertà?

Nel libro è presente un pregevole saggio di Joe Remenyi (economista) e Bill Taylor (uomo d'affari), entrambi australiani, che partendo dai principi enunciati nella dichiarazione, hanno condotto un grosso lavoro empirico su programmi economici del tipo "in come generation" su paesi in via di sviluppo. L'analisi è interessata principalmente alle attività delle organizzazioni non governative nel prestare piccole somme di denaro a persone che le investono in attività economiche produttive (per lo più artigianali). Il rimborso del credito è pianificato in modo coerente alle capacità degli imprenditori. Il presupposto è che una delle cause principale della povertà è il bassissimo grado di investimenti presenti nel paese. L'obiettivo è quello di sviluppare una rete economica (in cui è contemplato il risparmio dei soggetti, anche i più poveri, per compensare la disponibilità del credito) all'interno della comunità che diventi autosufficiente in questo tipo di transazioni. L'imprenditore in questo modo aumenterà il livello della sua produzione e le comunità a lui vicino avranno a disposizione un maggior reddito e una più ampia gamma di prodotti. Lo sviluppo di tali programmi, porterà alla formazione di veri e propri mercati, con la conseguente riduzione dei prezzi dei prodotti.

Seguendo Remenyi e Taylor è possibile identificare uno schema mezzi ---> fini.

Mezzi ---------------> Fini

- riduzione del prezzo dei beni

- riduzione della disoccupazione

riduzione dei monopoli

attenzione alle priorità nazionali

- promozione della "prosperità per i poveri"

- metter le persone al 1° posto

-lavorare con i poveri invece che per i poveri

-coordinare interessi personali e forze di mercato

- rifiutare l'analogia: modernizzazione = sviluppo

L'atteggiamento da combattere risulta allora l'insieme degli interessi perversi che tolgono ogni minima speranza ai poveri di questo mondo, calpestando il loro naturale diritto di essere parte attiva nella vita economica del loro paese. Questo ha poco a che fare con il noto discorso economico che vede la ridistribuzione del reddito mondiale a favore dei paesi in via di sviluppo come la principale pretesa dell'invidia. Ascoltare il bisogno dei poveri, agire conseguentemente ad una "opzione preferenziale per i poveri" vuol dire anche impegnarsi per l'applicazione di una giustizia ordinaria, di uno stato che rispetti e protegga gelosamente la dignità di tutti i suoi cittadini.

Eppure mi sembra che quello proposto sia essenzialmente un approccio microeconomico, infatti Remenyi e Taylor parlano di "microprogrammi". Si dice poco sul fatto che bisognerebbe creare delle condizioni quadro che permettano ai paesi in via di sviluppo di arrivare, nel lungo periodo, nell'ambito delle economie di mercato, a posizioni di partenza confrontabili con quelle dei paesi industrializzati.

Se esplorassimo anche questa via, le implicazioni sarebbero:

- una cancellazione selettiva e differenziata dei debiti dei paesi in via di sviluppo verso i creditori del "primo mondo";

- la fissazione dei prezzi delle materie prime fatta primariamente in base alle scarsità future e non a quelle attuali;

- il non utilizzo di misure protezionistiche o barriere di vario tipo che ostacolano l'accesso ai mercati internazionali dei prodotti provenienti dal terzo mondo da parte dei paesi industrializzati;

- una politica ambientale solidale da parte dei paesi ricchi;

- la disponibilità a un abbassamento del livello di benessere se necessario da parte dell'occidente economico.

L'ambizione di tale programma è quella di condurre all'eliminazione delle disparità nella distribuzione globale della ricchezza, mettendo in grave crisi il mantenimento dello status quo dell'odierna economia mondiale. La fede cristiana deve impegnarsi prevalentemente in favore dei diritti vitali fondamentali dei più poveri tra i poveri. E questi sono oggi le masse immiserite del Terzo e del Quarto mondo.

Nota personale al margine: Calvino e l'economia politica

Mi si conceda di discutere sulla sensatezza di un approccio riformato-evangelico all'economia, non sciscitandi causa, sed instandi. Essere un cristiano evangelico vuol dire spesso convivere con presunti paradossi. Il più importante di questi paradossi è la relazione tra sovranità di Dio e libertà umana: il problema pare scaturire dalla dottrina dell'elezione. Ma i discepoli del riformatore di Ginevra devono anche fare i conti con la sua presunta ambiguità verso la ricchezza e l'attività politica economica. A Calvino è da tempo stato attribuito il pregio (o la vergogna, dipende dai punti di vista) di aver fondato il capitalismo occidentale, tra le altre cose ha favorito l'abolizione della visione negativa del concedere prestito con interesse. Con molta abilità ma meno fondatezza, Max Weber ha attribuito a Calvino la paternità dell'etica protestante, secondo cui il duro lavoro e la conseguente prosperità erano percepiti come segno di salvezza.

Se il fedele protestante era convinto che qualunque lavoro fosse realmente una forma di lode a Dio e di servizio al prossimo, i comportamenti che ne scaturivano erano specifici: diligenza e cura del lavoro dalla mattina presto alla tarda sera, semplicità nello stile di vita (Max Weber lo definiva "ascetismo intramondano"), parsimonia, libera iniziativa individuale. Ben presto questa concezione diventa etica "yankee" del lavoro.

Fu questo approccio teologico che, secondo Weber, incoraggiò l'accumulo di ricchezza nell'Europa del Nord. Calvino diventa allora una sorta di santo patrono del capitalismo e un punto stabile di riferimento per la classe borghese e imprenditoriale.

Non è difficile, però, mostrare come Calvino non fosse solamente un apologeta del nascente capitalismo. Calvino fu un avvocato dei poveri e una coscienza per i ricchi. Egli fu un "rivoluzionario costruttivo": propose uno stretto controllo degli affari da parte del governo e una forte politica industriale per fornire lavoro alle crescenti sottoclassi sociali. Forse non credette neanche al collegamento prosperità - segno di salvezza, perché questa fu un'invenzione di taluni puritani. Infatti, Calvino stesso credeva che ogni ricompensa che riceviamo per il nostro lavoro è semplicemente "grazia". La nostra piena depravazione implica che anche il nostro lavoro è inficiato dalla realtà del peccato, cioè insufficiente a farci meritare non solo la salvezza eterna, ma anche il pane quotidiano. Quello che la grazia di Dio richiede è che i lavoratori siano almeno ricompensati in base ai loro bisogni. Un'ultima cosa: Calvino insistette per una visione unitaria tra il principio della proprietà privata e quello dell'amministrazione responsabile della creazione verso Dio e verso gli uomini. Sebbene ciò possa sembrare paradossale per gli economisti che hanno usato una difesa utilitaristica dell'economia di mercato, questo è il principio fondamentale dell'etica economica evangelico-riformata.