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Orientazione teologica

 

IV. orientazione teologica

Alcuni ritengono impossibile sviluppare una visione teologica dello stato. Si accontentano di prendere atto dei dati biblici e anche storici, ma non pensano di dover operare una sintesi capace di stimolare la riflessione e il comportamento in un mondo complesso come quello moderno. Non pensano solo che i problemi del passato costituiscono qualcosa d'assai lontano e poco attinente alla realtà attuale, ma ritengono anche che sia impossibile una sintesi. Pur riconoscendo le difficoltà risulta illecito sottrarsi a tale esercizio.

Qui di seguito sono offerti alcuni orientamenti più sistematici sulla dottrina dello stato. Anche se con inevitabili limiti, essi cercano di evocare alcuni punti qualificanti per il proseguimento della riflessione. 

IV.1 La pratica della giustizia sociale

Secondo la Scrittura lo stato deve svolgere uno specifico ruolo in relazione alla giustizia (Ro. 13) e quest'ultima costituisce una questione centrale per la vita associata che lo stato deve organizzare. Lo stato deve cioè fare in modo che siano rispettati i diritti di tutti. Le leggi devono quindi esprimere una normativa non discriminante e la società dev'essere organizzata in maniera tale che sia permesso a tutti di vivere una vita tranquilla in ogni onestà.

L'idea di giustizia pubblica pone la necessità di non privilegiare una particolare comunità. Sul piano legislativo lo stato non deve avere una preferenza religiosa e quindi non deve favorire alcuna confessione. Tutti i raggruppamenti devono avere le stesse possibilità d'espressione. Questo non vale solo per le chiese, ma anche per le scuole, i sindacati, i partiti, le organizzazioni umanitarie. Ciascuno deve poter esprimere la propria visione del mondo. Anche i movimenti umanistici formalmente non religiosi.

Ciò non significa che lo stato debba legiferare su tutte le questioni, ma che entro certi termini debba rendere praticabili le diverse opzioni che possono esistere al proprio interno. Per tutti devono essere conservate condizioni di legalità e uguaglianza.

Ai credenti devono essere riconosciuti i diritti della loro identità specifica. Una giustizia che non riconoscesse ai vari interlocutori la loro specificità non sarebbe degna di tale attributo. L'indipendenza delle sfere non può infatti tradursi in indifferenza senza ledere la specificità di ciascuna realtà che si definisce anche in relazione all'esterno. È però possibile dire qualcosa di più sull'idea di giustizia che deve presiedere la legislazione statale?

La nozione di giustizia è lungi dall'essere senza equivoci. Pur utilizzando il medesimo vocabolario ciascuno possiede una diversa nozione a seconda della visione cui s'ispira. (a) Per qualcuno significa dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Come avveniva nell'antica Grecia, si mantiene quella che potrebbe essere detta la concezione classica. (b) Per altri la giustizia è ciò che dà a ogni uomo ciò che gli spetta in base alle sue capacità. È la concezione individualista-capitalista che fonda la giustizia sul merito personale. (c) Poi c'è la giustizia basata sui bisogni umani. Essa può essere sintetizzata "Da ognuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo le sue necessità". È la concezione socialista.

È evidente come simili concezioni si rifacciano ad una visione immanentistica e umanistica che non riposa su qualcosa d'assoluto. Ma una norma che non rinvii al di là della semplice saggezza ed esperienza umana costituisce inevitabilmente una concezione arbitraria. La stessa idea di legalità rischia di diventare sempre più evanescente. Si finisce col moltiplicare leggi e apparati imponenti per regolamentare tutto nei minimi dettagli, ma nel contempo permane un senso d'insufficienza che traspare nel ricorso a "garanti". Anche questo testimonia che per quanto numerose siano le leggi, non sono sufficienti.

Quando si ha a che fare con una concezione che non rimanda a una realtà metagiuridica e che s'accontenta di tradurre in leggi le risultanze di statistiche, viene da interrogarsi sulla legittimità dell'appellativo di giustizia. Allo stesso modo non si può accettare che sia l'autodeterminazione dell'individuo o della maggioranza il criterio decisivo. In tal caso il criterio del diritto diventerebbe la forza.

Una giustizia fondata su concetti umanistici e relativisti come quella che fa della giustizia "un principio di coordinazione tra esseri soggettivi" (Giorgio Del Vecchio) è inadeguata per l'esercizio di un'autentica giustizia. Una migliore definizione di giustizia appare nella Dichiarazione di Oxford [1990]. "Giustizia biblica significa rendere a ciascuno in modo imparziale ciò che gli è dovuto in accordo con le regole della legge morale di Dio".

La giustizia non può essere definita a prescindere da quanto Dio dice. Certamente esiste una nozione di giustizia che è d'origine naturale in quanto Dio l'ha impressa nel cuore delle sue creature, ma tale nozione risulta sistematicamente distorta e soffocata dal peccato. Ecco perché è necessario rifarsi all'idea di giustizia che proviene dalla Scrittura. Ciò non implica in ogni caso che la giustizia dello stato debba necessariamente coincidere con quella della chiesa. Il mondo non è la chiesa, nè la chiesa è già il regno di Dio nella sua pienezza. Più avanti si dirà qualcosa di più, ma per ora sembra importante tenere presente una tale esigenza se non si vuole sganciare l'idea di giustizia da un autentico assoluto.

IV.2 La promozione del bene della società

Il Salmista parla del Signore come di Colui che "ha fondato il diritto" (Sl. 99:4). Sarebbe allora veramente paradossale pensare al bene della società a prescindere da Dio. Distinguere non vuol dire separare, né confondere. Da un punto di vista cristiano si deve ritenere che Dio è giudice dell'universo nella sua totalità. Ciò significa che i politici sono servi e non signori e che esistono per la crescita dei propri simili e non per dominarli.

Lo stato deve dunque lasciare alla chiesa la responsabilità di proclamare la legge di Dio a tutti senza limitare l'autorità di Dio sul creato. Non si tratta di subordinare lo stato alla chiesa o viceversa, ma di rendere possibile una comunicazione su basi realmente paritetiche. Se è vero com'è vero che lo stato ha accesso alla rivelazione generale e la chiesa a quella speciale e se è vero com'è vero che Dio è autore di entrambe, la comunicazione è allora possibile.

La legge di Dio che fonda e marca ogni scelta umana appare in tutta la sua chiarezza e inequivocabili nella Scrittura pur essendo presente al di fuori essa. Poiché si vive in uno stato che tende costantemente a superare i propri limiti, è bene che i credenti coltivino una distanza critica nei confronti di esso. Un certo pessimismo da parte loro può servire a contenere i facili slittamenti dello stato nei vari campi dell'attività umana.

I credenti non devono allora abdicare alla loro responsabilità di persuadere. Devono vigilare e nel medesimo tempo rivendicare con convinzione la libertà di proclamare la Buona notizia. Pur sapendo che solo il Signore può incidere in profondità l'ubbidienza alla sua legge e pur sapendo che il mondo non coinciderà mai pienamente col Regno, i cristiani devono partecipare pienamente al processo sociale e politico del paese in cui si trovano a vivere. Il potere persuasivo della Parola di Dio è veramente straordinario e sarebbe tragico se lo si dimenticasse. Poiché il Signore è Re, i credenti possono reclamare per Lui tutte le sfere della vita e sollecitare lo stato in tal senso pur sapendo che lo stato non può identificarsi con una fede particolare.

Anche se la chiesa non possiede alcuna giurisdizione sulle altre istituzioni, deve esserne la coscienza. Attraverso la predicazione di tutta la Parola di Dio a tutta la società è evocata ogni realtà. Ogni sfera dev'essere sotto l'autorità del Re. Se il cristiano dev'essere tale nella chiesa, a casa, nella scuola, nello stato, in una parola, nell'esercizio della sua vocazione, bisogna che ascolti la Parola che istruisce e orienta.

Tra gli idoli moderni da dissacrare vi è quello della sovranità dello stato. Nell'idea di stato sovrano si cela una delle peggiori menzogne, falsità e idolatrie del mondo. Dio è l'unico sovrano. La predicazione cristiana deve sfidare la pretesa di uno stato sovrano e annunciare che solo il Signore lo è.

Ecco perché la chiesa si preoccuperà di far udire la propria voce in modo chiaro, ma farà anche attenzione a non entrare nei dettagli ponendosi come soggetto politico primario. Essa si accontenterà degli enunciati della Scrittura lasciando a altri la responsabilità di tradurre in pratica nei diversi contesti i principi stessi. 

IV.3 La coscienza degli aspetti strutturali

L'analisi della situazione attuale induce a considerare anche gli aspetti strutturali della realtà. Quanto si è detto sul concetto di giustizia e di bene comune per esempio, risulterà incomprensibile se si prescinde da questioni più generali. La giustizia e il bene comune rinviano a un sistema di relazioni assai complesso.

Lo stato non è l'unico ente che regola la vita civile. Ci sono anche le grandi compagnie internazionali, i mass media, le ideologie varie che influiscono sul modo di pensare e valutare della gente. È per esempio noto come i mercati abbiano sempre più una dimensione mondiale che rende spesso marginali le politiche economiche nazionali. Allo stesso modo anche i programmi internazionali d'aiuto ai paesi in via di sviluppo contribuiscono in larga misura a porre tali paesi in una condizione di dipendenza permanente. Com'è possibile che ciò accada?

L'economia mondiale ha a che fare col potere e con le ideologie e costituisce un immenso ingranaggio dal quale pare impossibile estraniarsi. Proporsi di mitigare gli effetti dell'ingiustizia con interventi caritativi è giusto e importante, ma questo non significa assolutamente che si risolvano i problemi di fondo. Perché ciò avvenga è necessario lavorare per il cambiamento delle strutture che hanno determinato tali ingiustizie. Se non si opera a tale livello non si ubbidisce alla chiamata di Dio per praticare la vera religione (Gm. 1:26,27) nel contesto attuale.

Il sistema economico globale attuale ha fatto nascere e perpetua ingiustizia e miseria. E questo si comprende nell'ottica biblica del peccato strutturale del mondo. Il peccato non è infatti solo un ingranaggio di natura individuale, ma anche sociale. L'elemento sistemico del peccato (troni, signorie, autorità e potenze) costituisce un filtro tra l'individuo e la libertà. Molti hanno giustamente sottolineato l'importanza della fede e della responsabilità personale, ma la Bibbia contempla anche la responsabilità corporativa. L'unico modo d'agire in modo responsabile sul piano locale è quello che tiene dunque conto di una riflessione a livello mondiale.

Al momento attuale esiste un'economia mondiale che condiziona in modo massiccio i processi sociali, politici, intellettuali e religiosi. Proprio perché‚ essa non si è trasformata in impero mondiale, è molto più forte dei sistemi precedenti. Rispetto ai grandi sistemi prodotti dalla storia, questa particolarità rende paradossalmente più forte il sistema attuale che non appare facile da identificare nè da circoscrivere. In questo senso risulta praticamente inattaccabile. Pur potendoci dunque essere diversi sistemi economici, nel mondo attuale ne esiste in realtà uno solo che si nutre del dogma della neutralità delle leggi di mercato e del primato quasi metafisico del profitto e che incide pesantemente sulle responsabilità nazionali e personali.

Le strutture tendono a impedire la piena realizzazione dell'individuo e in questo senso devono essere riformate. Ciò richiede una chiara presa di coscienza, una volontà di cambiare e una reale creatività. In primo luogo bisogna prendere coscienza di questa dimensione strutturale del problema e credere che il bene supremo della società non è la sua crescita economica, scientifica e tecnologica. Nell'escatologia secolarizzata di molti ogni innovazione sembra possedere una valenza assoluta per cui l'idea del progresso economico, scientifico e tecnologico rappresenta la vera discriminante al punto da essere promosso a norma suprema.

Il progresso materiale è diventato qualcosa di talmente importante che sembra impossibile non allinearsi con esso. Anche se esso comporta tirannie di tipo burocratico, si è pronti a sacrificare senza pudore sul suo altare. Ma gli aspetti strutturali dei fenomeni non vanno ignorati e sottovalutati.

Non si tratta di scagliarsi più o meno moralisticamente contro l'uno o l'altro aspetto perché le contraddizioni, ormai palesi, esistono ovunque. Si tratta piuttosto di prendere coscienza del problema sapendo che la visione cristiana richiede un impegno rigoroso per una revisione anche in questo campo. Se ciò non si realizzasse la chiesa stessa rimarrebbe profondamente vulnerabile perché anche i suoi membri sono inseriti nelle strutture esistenti e queste ultime sono talmente forti da non poter essere corrette dall'abilità o dalla dedizione dei singoli.  

IV.4 La valorizzazione di organi intermedi

Nel mondo attuale si discerne una crescente convergenza tra ideologie di carattere individualista e collettivista. È come se queste tradizionali concezioni siano incapaci di rispondere alle esigenze quotidiane della realtà se prese isolatamente. Sembra che le anomalie siano ancora troppe e che si debba quindi cercare di superare certi steccati tradizionali per rispondere alle esigenze della società moderna. I contorni delle ideologie tendono quindi ad essere più sfumati.

Il collegamento tra individuo e stato comporta però una certa tensione. Lo stato invade campi che non dovrebbero essere di sua stretta competenza come l'educazione e la famiglia e i diritti dell'individuo sono così minacciati e violati. Il peso delle abitudini tende comunque a rendere problematica la ricerca di soluzioni diverse.

La visione biblica esclude sia la concezione individualista che quella collettivista, quella di destra come quella di sinistra. L'individualismo esalta la libertà individuale e il collettivismo l'autorità di qualche potere stabilito. Entrambi respingono l'idea biblica della responsabilità differenziata nella società. L'individualismo ritiene che sia la gente a creare lo stato, il collettivismo concepisce lo stato come sovrano. Entrambi s'oppongono alla sovranità di Dio perché sostengono in sua vece qualche forma d'autonomia. Tutto questo stona profondamente con la visione biblica e non può rispondere alle esigenze poste dalla realtà.

Per favorire il superamento della tensione tra individuo e società e privilegiare lo sviluppo di una visione più conforme alla concezione biblica, andrebbero valorizzate delle strutture intermedie. Per strutture intermedie s'intende qui il matrimonio, la famiglia, la scuola, la chiesa, il lavoro, il sindacato, ecc. Esse subiscono oggi una certa erosione e la loro funzione sembra fortemente ridotta. Sarebbe dunque opportuno favorire una loro rivalutazione.

In questo contesto possono trovare la loro più naturale collocazione anche dei centri cristiani di riflessione. Senza identificarsi con le chiese, nè con lo stato, tali centri possono rappresentare strutture intermedie capaci di fungere da cerniera. Si tratta di libere associazioni di persone che favoriscono la riflessione e l'interazione indiretta dei diversi organi. Avendo riconosciuto che lo stato in quanto tale non è abilitato a fare scelte religiose specifiche e che la chiesa non deve assumere delle responsabilità dirette nelle relazioni con lo stato, è opportuno dare spazio a organi intermedi.

Sempre in questa ottica biblica si potrebbe concepire un sistema federale di governo. Un sistema di tipo federale, per cui il potere sarebbe distribuito in base alle aree geografiche che formano lo stato, sarebbe maggiormente in grado di bilanciare governo centrale e decentrato e permetterebbe di stemperare più facilmente i rischi dell'individualismo e del collettivismo. In realtà non si tratta di trovare un compromesso tra individualismo e collettivismo, ma di riconoscere come nascano entrambi da premesse sbagliate.

Le strutture sociali del mondo medievale come gli ordini monastici, le università, i feudi, col loro carattere sostanzialmente collettivista possedevano solo un'indipendenza limitata sotto la tutela della chiesa o dello stato. Oggi si tratta di pensare a qualcosa di diverso.

È vero che esistono varie realtà, ma è anche vero che esse appaiono il più sovente discutibili perché non sono nate per controbilanciare altre realtà. Sono nate come soluzioni empiriche da situazioni meramente contingenti e questo spiega la loro fragilità e l'incapacità d'incidere veramente.

Molti temono una concezione del genere perché sembrerebbe porre seri interrogativi all'unità della società. Qualcuno potrebbe porre con pertinenza la questione sul tipo di coesione che una siffatta struttura sociale avrebbe. Una società che non abbia la medesima base religiosa non può avere una visione unificata. È noto come la frammentazione della società vada di pari passo con la polarizzazione delle ideologie e che spesso intervengano fattori storici e politici complessi capaci di incidere in modo profondo in una data direzione o meno. Un lungo e drammatico conflitto con un altro paese o con la natura, la piccolezza o meno del territorio, ecc. possono per esempio contribuire a creare un forte nazionalismo e quindi un forte senso di coesione. Ma questo non vale per tutti i paesi.

In una prospettiva cristiana uno stato di carattere centralista costituisce un pericolo non solo per la chiesa in quanto tale che può essere facilmente privata della sua libertà, ma anche per la società che finisce per essere assoggettata a una delle peggiori forme d'idolatria. Ecco perché si dovrebbe lavorare a una concezione dello stato con opportune cerniere.

Ancor più preoccupante appare ogni progetto di un Nuovo ordine mondiale. L'idea di un sistema attraverso il quale le nazioni si uniscono per realizzare le aspirazioni universali dell'umanità: pace, sicurezza, libertà e ordine, appare come qualcosa di blasfemo. In un mondo diviso a causa del peccato ogni progetto d'unificazione che prescinde dalla redenzione di Gesù Cristo appare come un tentativo per scavalcare lo scandalo della croce.

E qui viene da pensare a tutte le ideologie inglobanti e cioè a tutte le concezioni che in maniera occulta o palese, attraverso il sistema economico, ideologico, culturale o altro, offrono una chiave onnicomprensiva della realtà. Tali ideologie rappresentano un'enorme minaccia al benessere della società qualunque siano i benefici di cui si fanno apparentemente o momentaneamente latrici.

IV.5 La responsabilità verso Dio

L'espressione "chiesa-stato" è assai infelice. Essa non appare solo formalistica, ma dà l'impressione che da un lato vi sia un'autorità religiosa e dall'altro una secolare. Nulla è più falso di ciò. Anzi, ogni scissione che contrappone sacro a secolare non è solo incompatibile con una corretta visione biblica, ma è del tutto irreale. La vita è fondamentalmente una. Essa possiede un unico centro. E il centro non è lo stato, ma Dio con la sua legge.

La rivelazione generale cui lo stato ha accesso, indipendentemente da un riconoscimento formale o meno di essa, costituisce un criterio per la responsabilità davanti a Dio. Anche se la comunicazione della rivelazione generale è spesso ambigua e offuscata, costituisce lo spazio imprescindibile per la responsabilità. La vita politica appartiene all'ordine della creazione di Dio e non a una natura liberata da ogni dipendenza dal Creatore.

Oggi si è maggiormente pronti a ammettere che la politica non può essere separata dall'etica. Ci si rende conto che tutte le leggi riposano su convinzioni morali che si ritengono fondamentali per la propria fisionomia. Lo stato stesso appare allora un'istituzione religiosa nel senso che le sue scelte sono inevitabilmente riconducibili a motivazioni che sottendono una visione dominante del mondo. Pur dicendosi neutrale, lo stato modifica e approva leggi che si rifanno a opinioni più o meno diffuse. A seconda delle opzioni di fondo che l'orientano, ciascuno sceglie di esprimere le proprie scelte in maniera diversa nel campo della famiglia, della scuola, della società e dello stato e tale modo di procedere è riconducibile ad una pluralità confessionale cui neppure lo stato può sfuggire.

Malgrado tale evidenza lo stato moderno pretende mettere da parte le questioni di natura religiosa e si illude che la legge debba fondarsi su premesse relativistiche. Respinge così ogni fonte d'autorità trascendente. Mettendo da parte l'eredità giudeo-cristiana, l'attività politica finisce per ispirarsi a espedienti più che a princìpi.

Lo stato è per sua natura una realtà religiosa nel senso che in fin dei conti le varie scelte sono riconducibili a opzioni di fondo che non sono fondate in modo asettico. Gli affari pubblici hanno carattere religioso allo stesso modo in cui sono religiosi gli aspetti della vita privata. Lo stato non è mai autonomo, ma risponde a Dio in quanto detiene un'autorità delegata ed è soggetto a Dio come tutte le realtà esistenti.

Ha allora senso parlare di stato laico? Il termine "laicità" è oggi molto diffuso per affermare l'assoluta indipendenza dello stato da qualsiasi confessione religiosa e ideologia. Affermare la laicità dello stato vorrebbe dire rivendicare la totale autonomia delle scelte rispetto a qualunque vincolo ideologico.

L'idea di laicità ha molti risvolti positivi. Prima di tutto comporta l'abolizione della differenza tra sacro e profano e implica così una sorta di liberazione dalla tirannia ecclesiastica. Serve inoltre a liberare dal peso delle tradizioni soffocanti e contribuisce così alla moderazione degli estremismi. Davanti al fatto che altri possano avere convinzioni del tutto diverse dalle proprie non si prova turbamento. Infine permette una certa tolleranza e l'accettazione della diversità nell'ambito culturale e religioso. In questo senso la laicità può favorire una certa libertà sul piano religioso, culturale e sociale e favorire l'indipendenza dei vari organi.

Ma l'idea di laicità dello stato diventa problematica quando non rappresenta solo una nota per così dire "di stile", ma assurge a rango di principio. In questo caso suppone il totale superamento dei valori cristiani. È possibile credere in una morale autonoma e neutrale? Cosa può fare la laicità con la sua idea di tolleranza davanti al culto della personalità che si può verificare o davanti all'esplosione degli integrismi ideologici e religiosi? Può veramente relegare le morali e le religioni ai margini della propria esistenza? Può veramente essere indifferente senza essere a sua volta complice?

Uno stato indifferente alla religione tanto da marginalizzarla e da assumere come valori della società altre cose scivola nel laicismo che è l'ideologia della non religione. Ma davanti a altre ideologie quella della non religione si deve accontentare di una "pluralità di monismi" chiusi alla comunicazione e al dialogo e aperti solo alla violenza. A questo punto si tenderà a prendere posizione non tanto in termini assoluti, ma di convenienza (ratio utilitatIs piuttosto che ratio veritatIs), ma questo lascia le porte spalancate a molte discriminazioni. È sufficiente il richiamo alle necessità della convivenza per vincere la violenza? Fino a che punto si può separare la sfera della moralità da quella della legalità? E la legalità può veramente prescindere da una base unitaria?

L'idea di laicità dello stato è dunque ambigua. Può avere senso solo a condizione che lo sfondo dell'etica cristiana sia sufficientemente consistente nella società. La rimozione della fede cristiana non consente una laicità decente. C'è come minimo bisogno della memoria dei valori ebraico-cristiani. Senza di essa la laicità perde il suo significato positivo. Una concezione cristiana della laicità vorrebbe che lo stato sia veramente ministro di Dio impedendo alle varie confessioni di portarsi reciproco pregiudizio e sanzionando quelle che turbano l'ordine pubblico.

Solo la laicità che mantiene vivo il collegamento tra il molteplice e l'uno è in grado di rispondere alle esigenze della modernità. Una molteplicità slegata all'unicità della legge di Dio non può offrire alcuna garanzia all'ordine sociale. Perché il molteplice possa essere realmente fecondo è necessario vi sia spazio per l'unico. Ma tale laicità non è forse qualcosa di diverso da ciò che generalmente pensa l'uomo della strada? Una laicità che si ponesse come credo generale e sufficiente si spezzerebbe come Babele perché non potrebbe incorporare senza violenza la molteplicità dell'esistere.

In definitiva risulta veramente illusorio e al tempo stesso impossibile separare religione e politica. Nulla può essere neutrale, tanto meno lo stato. Questo vorrebbe dire che le sue scelte avrebbero esclusivamente carattere tecnico, ma questa è una chimera cui non si può credere. Il ruolo così centrale che lo stato assume nella vita umana mostra come l'idea di una sua neutralità sia una delle più grossolane menzogne del mondo moderno. Qualcuno vorrebbe così che i cristiani partecipassero al processo politico solo come cittadini e non come credenti, ma la neutralità è una grave finzione. Dal canto loro i credenti sono leali nel respingerla, perché nel mondo di Dio non ci sono zone smilitarizzate.

Proprio perché i credenti conoscono il Dio di verità dovrebbero essere in prima fila anche nell'impegno politico. Mentre le altre concezioni non hanno che una idea molto pallida e deformata dell'ordine che Dio vuole per il suo mondo, i credenti hanno il privilegio di conoscere Dio e dovrebbero quindi essere coloro che hanno diritto a impegnarsi in questo campo. Essi hanno una piattaforma su cui collocarsi per individuare le piste più idonee a onorare il Creatore del mondo. Inoltre, proprio perché essi sanno chi è il Signore della realtà, saprebbero di lavorare non tanto per loro stessi o i propri interessi, ma per Colui che detiene l'autorità ultima.