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Prospettive bibliche

II. Prospettive bibliche

La Bibbia si rivolge all'uomo nella sua totalità e concerne quindi l'insieme delle sue relazioni. Vivere la fede in un mondo reale comporta la necessità di far posto alla prospettiva di Dio anche per quel che riguarda lo stato. Il Sola Scriptura dei Riformatori evoca la portata della rivelazione biblica per la vita nella sua interezza. Per essere autentici evangelici bisogna dunque partire dalla Scrittura.

Questo non significa che la Scrittura fornisca tutte le soluzioni alle questioni che i credenti devono quotidianamente affrontare, ma vuol certamente dire che contiene stimoli per orientare nei vari campi della vita umana. I cristiani sanno che ne va della loro identità. O con Dio sulla base della Scrittura, o con una divinità generica a prescindere dalla Scrittura. Ecco perché‚ bisogna partire dalla Parola di Dio anche per quanto concerne una dottrina dello stato.

Per affrontare un simile studio si cercherà di seguire un duplice percorso. In primo luogo si cercherà di raccogliere dei testi che sembrano offrire elementi immediati alla riflessione, in secondo luogo si cercherà di cogliere dei temi di fondo.  

II.1 Testi

Senz'avere la pretesa di capire subito tutti i testi si tenterà di ascoltarli per cogliere le affermazioni più rilevanti. A questo stadio si cercherà d'evitare conclusioni troppo rigide.  

II.1.1 Legge.

La rassegna dei testi deve senz'altro partire dalla Genesi. Nel regno stabilito da Dio con la creazione, l'uomo appare come un essere con una sua specifica identità. La sua esistenza è protetta da Dio (Ge. 9:6). L'uomo è chiamato alla dominazione del mondo creato imitando Colui di cui è l'immagine. Col lavoro egli deve esercitare un potere che è strettamente unito alla sua identità e alla propria realizzazione. Col lavoro, l'uomo deve rispettare l'ordine e gli equilibri della creazione in accordo con la volontà di Dio. Dio stabilisce inoltre diversi paesi o nazioni (Ge. 2:11-14) caratterizzate da risorse ben distribuite.

Ma l'entrata del peccato nel mondo mette in evidenza l'egoismo umano e causa desolazione, divisioni e sopraffazioni. Da Genesi 3 in poi il mondo intero è succube di un disordine sistemico. Soffre per gli squilibri e aspira alla liberazione. Il culmine del disordine è espresso nel progetto di Babele (Ge. 11). L'uomo che ha rotto l'alleanza con Dio cerca di realizzare un grande progetto a prescindere da Lui. Ma in un mondo diviso in profondità dagli effetti del peccato, un simile progetto non può aver successo.

Sempre nella Genesi si trova la vicenda di Giuseppe, un uomo che svolge il suo ufficio in ambiente pagano. Egli non ha timore di proclamare davanti a Faraone la signoria di Dio e di suggerire poi soluzioni per l'imminente carestia. Dio l'onora e Faraone riconosce la grandezza di Dio attraverso una simile disponibilità (Ge. 41:38). Giuseppe finisce per ricoprire un incarico di grande responsabilità in uno stato pagano.

Un altro episodio che viene subito a mente quando si pensa allo stato e ai suoi rapporti con il popolo di Dio è Esodo 1:17. Si tratta di un esempio di disubbidienza. Davanti ai condizionamenti che lo stato vuole imporre ad Israele, c'è tutta una categoria di persone che oppongono una resistenza estremamente rischiosa. Le levatrici disubbidiscono allo stato per timore di Dio ed Egli le approva. Dopo aver resistito per un certo tempo, il popolo si ribella a chi detiene il potere, e la signoria di Dio è cantata con gioia (Es. 15:18).

Nella legge si trova poi una legislazione che non si limita ad una sfera sacra, ma tocca tutte le dimensioni della vita umana per conferirle una vera qualità. La legge riguarda dunque vari campi.

La sicurezza della persona e della sua salute. Ogni persona in quanto tale deve essere rispettata (Le. 19:14; De. 27:18). Anche le costruzioni devono rispondere a certi criteri in modo da non attentare alla vita umana (De. 22:8) che è dono di Dio.

La correttezza del commercio (Le. 19:35; De. 25:13-15). Il lavoro dev'essere svolto rispettando i diritti di ciascuno e deve essere retribuito in modo corretto (Le. 19:13; De. 24:14,15). All'attività lavorativa deve essere collegata anche la necessità del riposo regolare, perché‚ il lavoro non è il tutto dell'uomo.

Le garanzie giuridiche (De. 16:18-20; 17:8; 1:17; Es. 23:6). Il diritto ha il suo fondamento sicuro in Dio stesso (De. 10:17) e nemmeno il re è dispensato dall'osservanza della legge (De. 17:18-20). Le autorità non devono essere maledette (Es. 22:28). Le sanzioni previste per i crimini non devono però essere eccessive (De. 25:1-3). Esse evocano la responsabilità di chi infrange la legge e richiedono l'espiazione e la restituzione.

La solidarietà sociale. Le istituzioni della decima e dell'anno sabatico (Le. 25:1-7) implicano l'attenzione per i poveri. Esse sono delle strutture capaci d'ammortizzare certe tensioni sociali, ma quel che va sottolineato è che lo straniero, l'orfano e la vedova possiedono tali cose di diritto. Possono beneficiare di quel che rimane della mietitura (De. 24:17-22). Si capisce che non si tratta della moderna carità (vocabolo che non ha corrispondenti in ebraico), ma di giustizia. Si tratta cioè di un obbligo verso qualcuno che possiede la stessa dignità davanti a Dio. Il beneficiario lo riceve di diritto. Il povero può inoltre godere di vantaggi per quanto riguarda il credito (Le. 25:35-38). In questo contesto si colloca la istituzione del giubileo. Esso riguarda la distribuzione dei beni. Ogni cinquanta anni la terra è resa al proprietario originario per evitare la capitalizzazione della terra e quindi il rischio dell'accumulo di ricchezze. Il diritto alla proprietà è così nel medesimo tempo affermato e relativizzato perché la terra è del Signore.

La famiglia. Ognuno deve rispettare il proprio ruolo (Le. 19:3; De. 27:16) e non offendere l'altro (Es. 21:15). La persona anziana deve essere trattata con rispetto (Le. 19:32). La famiglia possiede un ruolo notevolissimo nella regolamentazione degli stessi equilibri sociali. Il fidanzato deve per esempio provvedere la dote e non viceversa come nella tradizione europea (Es. 22:16; Ge. 34:12). La dote (mohar) versata dal fidanzato testimonia la maturità di quest'ultimo sul piano personale e sociale, ma costituisce pure una copertura economica per la moglie e per gli stessi figli. In caso di divorzio per colpa del marito, la moglie è garantita, ma se è invece colpa di quest'ultima, i figli hanno una certa protezione. La famiglia fornisce quindi l'assistenza sociale necessaria al funzionamento della popolazione senza che lo stato debba intervenire.

La correttezza dell'informazione. La diffamazione è proibita e severamente punita (Es. 23:1-3; Le. 19:16).

Il fatto che la legislazione riguardi tutta la vita non implica comunque che lo stato ne sia il supremo regolatore. La responsabilità di quest'ultimo interviene solo quando le offese non possono essere affrontate privatamente. Se per esempio un ladro si pente e restituisce il maltolto la questione non deve investire lo stato (Le. 6:1-7).

C'è nel complesso un intreccio di equilibri che meriterebbe un'assai più ampia trattazione, ma che serve comunque a favorire una grande equità e offrire veri contrappesi. 

II.1.2 Altri scritti. Il libro di Giosuè dedica diversi capitoli alla divisione del paese (13-19). La necessità di rispettare i confini era già stata evocata quando Mosè‚ aveva chiesto al re di Edom di transitare attraverso il suo paese (Nu. 20:17) e qui è sottolineata nuovamente l'importanza di limiti per lo sviluppo di affari. Le dodici tribù israelitiche, raggruppate in federazione, aderiscono a un patto a Sichem (Gs. 24).

Al tempo della monarchia si capisce che Israele riconosce una certa autorità ai re, ma essa non è assoluta. Il re è al servizio del popolo e come quest'ultimo è sottoposto alla legge ed al giudizio di Dio. Il potere appartiene in ultima analisi a Dio che giudica sulla base dell'obbedienza alla legge e la fedeltà al patto.

Per un uomo di Dio come Samuele, la questione importante non è il tipo di regime (neofederalismo dei giudici o monarchia), ma i motivi che lo determinano. Il popolo chiede un re, ma non quello promesso dalla legge. Esso vuole un re che somigli al potere pagano (1S. 8:5:20). Precisando le caratteristiche negative che possono manifestarsi anche in un regime monarchico, Samuele ricorda che fra il re e il popolo esiste la legge cui tutti devono adeguarsi (1S. 8:11ss.). Essa consente di essere sottomessi e critici a seconda dei casi e colloca la questione dei rapporti tra popolo e governo all'interno di strutture.

1 Re 18 mostra che c'è un tempo per aspettare con pazienza ed un tempo per reagire. Ci sarebbe la tendenza a pensare che i profeti abbiano sempre reagito con forza a certi abusi, ma questi episodi fanno intravvedere anche la possibilità di pazientare e attendere i momenti opportuni. In un certo momento Elia attacca frontalmente i nemici, ma poi sa arretrare in modo strategico. Le stesse scuole dei profeti costituiscono dei centri di riflessione religiosa e politica.

L'invito a praticare la giustizia è ovunque presente (Sl. 58:1; 72:1,2,12-14; 82:1-4). Ciò determina un atteggiamento di obbedienza e di critica nel medesimo tempo. I valori di Dio valgono per tutti e il Salmista dichiara che non sarebbe stato svergognato neppure davanti ai re pagani (Sl. 119:46; cfr De. 4:6-8).

L'Ecclesiaste loda la socialità del potere che lo rende capace di ascoltare e dialogare, piuttosto che l'egoismo che isola e rende despoti e insensati (Ecc. 4). Per questo sono necessari molti consiglieri (Pr. 11:14; 15:24). A causa dei limiti umani, quelli che verranno in seguito non si rallegreranno (Ec. 4:16), perché si ha sempre a che fare col relativo. Nessuno si sorprenda dunque di vedere superati e calpestati certi valori. Il potere non va demonizzato, perché i re regnano ed emettono giusti decreti a causa di Dio (Pr. 8:15,16).

II.1.3 Profeti. In molte affermazioni dei profeti, il potere politico appare come uno strumento d'oppressione, di sfruttamento e di schiavitù che merita il severo giudizio di Dio (Is. 3:14,15; 10:1,2; 14:5-20).

Perché la giustizia si faccia strada nel paese si guarda al Messia e alla sua azione (Is. 16:5; 31:5; Gr. 23:5). La protesta non è mai in nome di un potere umano, ma in nome di Dio. Il carattere precario della realtà in cui vivono non è un pretesto per l'immobilismo, perché‚ l'appello a lavorare per il rinnovamento del mondo è costante.

Siccome la vita umana è un'unità, se il popolo diventa indifferente alla giustizia sociale (Is. 1), anche il culto diventa inaccettabile. Le strutture in cui si esplica il proprio culto non sono indifferenti davanti a Dio. Lui promette infatti di giudicare il popolo non solo per i peccati personali in cui è caduto, ma anche per i suoi peccati sociali (Ml. 3:5). La sua indifferenza agli abusi è inaccettabile (Is. 5:8; Gr. 22:13). L'associazione tra valori personali e sociali, tra salvezza e giustizia è molto stretta. "La salvezza s'è tenuta lontana poiché‚ la verità soccombe sulla piazza pubblica e la rettitudine non può avervi accesso" (Is. 59:14).

Nel libro di Geremia si trova l'invito agli esuli di Babilonia a partecipare attivamente al bene della città in cui sono deportati malgrado la sua natura pagana (Gr. 29:4ss.). Geremia stesso parla al re (Gr. 13:18; 5:30).

Amos condanna senza mezzi termini il potere che anziché essere garante della giustizia e del diritto è di scandalo per la vita lussuosa e moralmente degenere che conduce. La coscienza del mandato sociale è assente e il popolo è oppresso (Am. 4:1-4; 6:1-7). Il potere giudiziario calpesta il diritto per motivi venali e non rende giustizia al debole (5:7,10-12; 6:12). Lo stesso vale per il potere economico (2:6-8; 3:9,10; 8:4-8) e per quello militare (4:4,5; 5:4-6,14,15; 8:13,14). Amos denuncia pure i peccati degli altri popoli commessi con la compiacenza del popolo di Dio (2:1-15) e afferma la necessità di stabilire fermamente il diritto (5:15).

 (Ez. 34:23-31).

Daniele ed i suoi amici non si contrappongono per principio allo stato, ma sono pronti a porre dei limiti quando esso pretende invadere campi che non gli competono. Anche qui si potrebbe parlare di una sorta di disubbidienza all'autorità in nome dell'ubbidienza a Dio. Lo stato ordina cose inaccettabili per dei credenti e questi s'oppongono.

Il Signore è confessato come l'Altissimo che regna sui regni degli uomini (Da. 4:32) e la sua signoria è estesa allo stato pagano che opprime gli esuli del popolo di Dio. Ciò s'accorda con la convinzione che anche i sovrani stranieri sono strumenti della volontà di Dio (Is. 10:5,6; Gr. 27:4-8; 28:14; 43:10).

II.1.4 Vangeli e Atti. Le parole di Gesù hanno una connotazione che "è nel medesimo tempo sociale ed etico-religiosa". Gesù pone i popoli pagani nell'orbita della propria signoria. Egli smaschera le false antitesi e annuncia che gli ultimi saranno primi nel suo regno (Mt.8:10-12; cfr. Lu. 13:22-30). Si capisce dunque come il tema dello stato e della giustizia possano essere presenti anche nel NT. Appare ancora più chiaro come l'origine dello stato debba essere fatta risalire a Dio stesso in quanto l'uomo è dotato sin dalla creazione di istinto sociale. C'è dunque un fondamento divino dell'autorità (Gv. 19:11). Lo stato non è n‚ demonizzato, n‚ divinizzato, è semplicemente collegato al detentore del potere, Dio.

"Date a Cesare ciò che appartiene a Cesare e a Dio..."‚ una formula molto semplice, ma capace di far riflettere sull'estensione legittima o meno delle esigenze di Cesare. Il cristiano è cittadino dello stato e non solo del Regno. A Cesare appartengono il denaro e le tasse da pagare, ma a Dio non appartiene solo una sfera dell'esistenza, bensì tutto l'uomo. Cesare passerà e con lui le sue esigenze, ma Dio non passerà. Lo stato non deve dunque avere pretese totalitarie, ma dev'essere un semplice amministratore di taluni beni perché la terra con tutto ciò che contiene appartiene al Signore (Sl. 24:1).

Matteo 13:24-30,36-43 non ha direttamente a che fare col tema dello stato, ma può aiutare a chiarire la possibilità della coesistenza di realtà avverse nel mondo. Esso insegna che si possono tollerare le zizzanie e che vi può quindi essere una certa pluralità che non esclude il giudizio divino. Se il Signore può accettare tale pluralità deve accettarla a maggior ragione lo stato. Al suo interno vi possono essere visioni del mondo in conflitto tra loro.

Con Atti 4:12,19 si indica che Dio stesso è pronto ad intervenire contro lo stato e poi si pongono le esigenze della predicazione dell'Evangelo al di sopra delle richieste dello stato (At. 5:29). L'accusa che viene mossa ai cristiani: "essi tutti vanno contro gli statuti di Cesare dicendo che c'è un altro re, Gesù" (At. 17:7) sottolinea a quale autorità essi realmente ubbidiscono. L'opposizione Cristo/Cesare riguarda la questione della sovranità. Al momento del battesimo i cristiani confessano la loro appartenenza all'unico Signore e dichiarano così il loro concetto di sovranità. A Filippi Paolo e Sila dimostrano che sono pronti a soffrire per il Signore, che un credente resiste alla tentazione di fuggire davanti alle proprie responsabilità pur avendone la possibilità, che è lecito sfidare l'autorità che non s'attiene alla giustizia (At. 16:19-40). La sofferenza non esclude il confronto, n‚ il richiamo alla legge.

II.1.5 Epistole. Romani 2:15 mostra che anche chi non è credente ha una certa percezione della legge morale di Dio. Pur non potendo condurre alla salvezza, n‚ alla costruzione d'una società perfetta, la legge morale si legittima a prescindere dall'educazione o meno.

In Romani 13 la Scrittura offre una delle presentazioni più comprensive del ruolo dello stato. Esso deve essere ministro di giustizia. Non c'è alcuna relazione tra gli uomini che non sia rivendicata da Dio. La questione cui cerca di rispondere Paolo è importante, perché aiuta a capire se il credente debba essere sottomesso a due signori o meno. La sua risposta è assai chiara. Cesare, lo stato e il magistrato non sono altro che dei diaconi e quindi devono servire.

Questo testo non è una cambiale in bianco per lo stato, bensì un richiamo alle sue responsabilità verso l'unico Signore. Non è "una tipica morale da sudditi" (12), ma l'etica per persone con una vera dignità. Lo stato è abilitato a punire i crimini nella sfera affidatagli da Dio. Se la partecipazione alla vita dello stato da parte dei cristiani fu assai limitata, ciò nondimeno permise al cristianesimo di affermarsi nelle varie situazioni in cui venne a trovarsi.

Sempre nelle epistole è sottolineato il fatto che Cristo è colui che riconcilia il mondo con Dio. Il peccato separa il temporale e l'eterno, il terrestre e il celeste, la creazione e il Creatore, ma Dio riconcilia in Cristo tutta la realtà con s‚ (2Co. 5:19; Cl. 1:20). Con l'opera di riconciliazione di Cristo la separazione tra temporale e eterno ha avuto fine. L'opera dell'avversario mira a sua volta a riproporre una sintesi unitaria simile a Babele. La Scrittura respinge però con sdegno una simile ammucchiata (2Te. 2:3,4). Ogni progetto unitario che prescinde da Cristo è destinato al fallimento.

Le Pastorali invitano all'intercessione per le autorità (1Ti. 2:1,2) e alla sottomissione ai magistrati (Tt. 3:1).

1Pietro 2:13,14 insegna la sottomissione alle autorità per l'onore del Signore e alla necessità che esse esercitino la giustizia autentica. Parlando però di "ogni istituzione" indica un bilanciamento. Nessuna autorità deve riassumere l'intera gamma delle attività umane.

II.1.6 Apocalisse. Il libro dell'Apocalisse riflette il gran cambiamento che ha avuto luogo tra chiesa ed impero rispetto al tempo di Paolo. L'ordine imperiale s'è trasformato in ordine persecutorio.

Da Apocalisse 8 emerge una visione anti normativa dello stato. Quest'ultimo è diventato strumento dell'ingiustizia e della corruzione perché chiede per s‚ ciò che appartiene solo a Dio. Roma sarà giudicata da Dio a causa delle sue pratiche immorali (Ap. 14:8,15-20; 17:1-2; 18:2,3,9,10). I cristiani cominciano a resistere perché si rendono conto d'avere a che fare con uno stato idolatra che tenta la parodia diabolica del regno di Dio attribuendosi titoli divini e usurpando il diritto dell'unico Signore del mondo.

La Scrittura presenta dunque una visione in accordo col piano di Dio e una che s'oppone ad esso. Partecipando al processo politico in atto coi loro "sì" e coi loro "no" i credenti scelgono se ubbidire o meno. Il riferimento rimane la sovranità di Dio.

II.2 Temi

È chiaro come i testi raccolti s'intreccino con diversi temi di fondo e si radichino in una visione complessiva che è tipica della rivelazione biblica. Inoltre risulta impossibile fare una semplice trasposizione dei dati biblici. Questi ultimi si riferiscono, almeno per quanto riguarda l'AT, a una situazione in cui domina la teocrazia. Anche se vi sono dunque elementi che andrebbero valorizzati e forse tradotti nella riflessione contemporanea per la sapienza che veicolano, è necessario fare un percorso più ampio e individuare alcune linee guida della rivelazione. Esse potranno favorire una comprensione che sia attenta alle molteplici indicazioni della Parola di Dio.

II.2.1 Il mandato divino. Dalla prima pagina della Bibbia fino alla fine si capisce come Dio tenga l'uomo per responsabile davanti a Sé‚ in tutte le sfere della sua esistenza e come egli sia chiamato a sottomettere la terra nel nome di Dio. L'uomo è posto nel giardino delle origini per dominare come un viceré‚ e alla fine del tempo si parla di una santa città. Il piano di Dio riesce sempre e questo permette di sottolineare l'importanza del mandato divino.

Quest'ultimo presuppone evidentemente la signoria di Dio su tutta la realtà. Il mandato di Dio, "Crescete e moltiplicate e riempite la terra e rendetevela soggetta..." (Ge. 1:28) conferisce all'uomo una dignità senza pari nell'ambito della creazione. L'alleanza che sottende questo invito fa pensare a una sorta di collaborazione tra Dio e l'uomo.

Il regno di Dio non s'identifica esclusivamente con la chiesa, ma abbraccia ogni area della vita umana. I credenti non devono glorificare Dio solo attraverso la vita di chiesa (adorazione, preghiera, meditazione), ma anche in tutte le altre dimensioni della vita (famiglia, lavoro, piacere, educazione, società, politica). Il Signore morì sulla croce non solo per la riconciliazione degli individui, ma anche per restaurare tutta la creazione nel suo giusto rapporto con Dio. La redenzione non concerne solo le anime dei credenti, ma il mondo nella sua interezza con tutte le sue strutture, le sue pratiche e le sue relazioni. I cristiani sono lasciati nel mondo per far sì che il deserto sia trasformato in un giardino alla gloria di Dio.

La rottura dell'alleanza da parte dell'uomo non impedisce così a Dio di mantenere il proprio progetto. I credenti sono nuovamente invitati a rispondere al mandato di Dio: "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli..." (Mt. 28:19). Gesù risorto manda nuovamente i suoi figli nel mondo perché lo servano e l'onorino. Non si tratta di un nuovo mandato, ma dell'applicazione del primo nella situazione in cui l'uomo si trova dopo il peccato. L'uomo gestisce male la terra senza l'orientamento divino. La sfrutta e la manipola per i propri interessi, ma il ristabilimento della giusta relazione con Dio permette all'uomo di riorientare il proprio impegno nel mondo.

Qui non c'è un dominio spirituale contrapposto o superiore ad uno materiale. È sempre Dio che investe l'uomo di responsabilità sia per le cose terrene che per quelle celesti. Il primato di Cristo ha dunque un senso pregnante e concreto. In Colossesi 2:15 non si usa infatti un linguaggio simbolico. Satana è stato vinto, i credenti possono credere che il loro Signore è veramente Re di tutta la realtà anche se vi sono molte cose che sembrano negarlo. La franchezza cristiana per predicare l'Evangelo deriva dal fatto che Gesù è già colui che regna in accordo con quanto egli stesso diceva in Giovanni 12:31 "ora avviene il giudizio di questo mondo, ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo".

La vittoria è già stata riportata duemila anni fa e i credenti hanno il grande privilegio di proclamare tale vittoria. Poco importa se tanti la negano e se molte evidenze non sembrano andare in quel senso. Per coloro che vivono per fede e non per visione, ciò che conta è quanto Dio afferma nella Sua Parola piuttosto quello che essi pensano di percepire con le loro esperienze.