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Lo stato in un’ottica evangelica

Di Pietro Bolognesi

Lo stato tende ad assorbire sempre più spazi nella vita sociale dell'uomo. Esso non è solo una tra le tante dimensioni della vita umana, ma quella che all'ora attuale appare forse la più invadente. Malgrado il suo dichiarato pluralismo, lo stato esercita pressioni non indifferenti sull'individuo, sulla società e sulla chiesa. Il termine stesso ha una risonanza astratta, ma prima o poi tutti si rendono conto della sua pesante concretezza.

I credenti sono impegnati nell'avanzamento del regno di Dio nella famiglia, nella chiesa, nell'istruzione e in tutte le sfere della vita, non ultima quella dello stato. È allora più che giusto che si interroghino sulle loro responsabilità anche nei confronti di quest'ultimo. È importante che essi riflettano su quello che lo stato dovrebbe essere secondo il piano di Dio. Qual è la natura dello stato? È possibile delineare una teologia dello stato? Nella mente di tutti sono impressi modelli difficili da scalfire, ma se si immaginasse un azzeramento delle funzioni attualmente ricoperte dallo stato, come ci si muoverebbe per delinearne un ruolo che onori la rivelazione di Dio?

Si deve notare con imbarazzo come nelle chiese evangelicali vi sia stata poca riflessione in proposito e come la loro presenza e azione siano assai spesso irrilevanti per la società. Molti cristiani sono passati o passano con disinvoltura dalla reazione all'integrazione senza tentare di sviluppare una visione radicalmente biblica e coerente. Le loro convinzioni sono spesso assimilabili alla gente comune ponendo un serio interrogativo alla supposta specificità cristiana anche in ambito socio-politico.

Dal punto di vista teologico la dottrina dello stato è una delle più complesse che si possano affrontare e questo per diversi motivi. Prima di tutto per le sue diverse ramificazioni e connessioni, in secondo luogo per le competenze che un simile studio richiede, in terzo luogo per le differenze che si registrano tra i credenti in questo campo. I limiti di un discorso di carattere teologico non devono comunque costituire un complesso troppo paralizzante. Anche le altre discipline evidenziano limiti non indifferenti quando si tratta di riflettere sul ruolo dello stato. Herman Dooyeweerd afferma che "non v'è forse comunità che abbia suscitato una tale diversità d'opinioni nella filosofia sociale moderna e nelle scienze sociali come lo Stato".

A causa dei vari presupposti anche molti cristiani hanno finito per sviluppare convinzioni politiche assai diversificate. In campo economico si possono trovare un po' tutte le posizioni: dal capitalismo al socialismo con molte sfumature intermedie. In campo sociale si va dalla concezione individualista a quella collettivista. Al momento attuale non si può dire che esista una visione univoca tra i credenti per ciò che attiene al ruolo dello stato e alla funzione della politica. Ciascuno ha infatti riversato nella riflessione la propria filosofia e i propri presupposti. E il più delle volte è mancata qualunque sollecitazione volta a verificare la coerenza dei presupposti con la fede dichiarata.

Pur non considerandosi al riparo da tali rischi, questo studio è un tentativo per stimolare la riflessione in questo campo. È sembrato che malgrado tutto valesse la pena cercare di non tacere. Per il credente la modestia non deve impedire l'impegno.

Lo studio si articola in quattro fondamentali sezioni. La prima riguarda le tendenze emergenti e cioè quelle che possono essere considerate le grandi scuole di pensiero. La seconda sezione tenta di richiamare alla mente i testi e i temi biblici più rilevanti per l'indagine. La terza sezione offre un breve panorama della questione da un punto di vista storico. La quarta e ultima sezione focalizza l'orientazione teologica.

Tendenze emergenti

Sull'origine e la funzione dello stato si possono sostanzialmente riconoscere quattro filoni principali nella tradizione cristiana. Ciascuno di essi sfocia in diversi atteggiamenti su quella che deve essere la funzione dello stato nel mondo attuale.

I.1. La tendenza escatologica

La prima concezione cui bisogna fare riferimento è quella escatologica. Essa collega lo stato con l'ordine del giudizio. Si tratta dunque d'una concezione radicale che vede lo stato come una realtà marcata dal peccato e condannata alla perdizione. L'istituzione dello stato, come quelle politiche, sociali, economiche, deve essere abbandonata a sé stessa perché non ha particolare rilevanza per quanto attiene al regno di Dio. Il mondo è destinato a scomparire per cui non rimane che tentare di offrire in primo luogo la salvezza dell'anima agli uomini perché se ne salvino il maggior numero.

Pensare che la Bibbia abbia solo a che fare con la salvezza spirituale dell'uomo, o ritenere che il suo insegnamento riguarderebbe solo la vita di popoli ormai distanti dal mondo attuale per le loro caratteristiche, situazioni e problemi, risultata una grande distorsione della fede cristiana. La vita è religione nella sua interezza in quanto consiste nella risposta alla Parola di Dio, corretta o sbagliata che sia. La religione non è una scelta di cui valersi o meno, ma un dato di fatto dell'esistenza. Ciò significa che non v'è nulla che sia estraneo a Dio e alla sua legge. Porsi la questione dei rapporti dei credenti con lo stato alla luce della Scrittura non è dunque solo legittimo, ma doveroso.

L'ipotesi escatologica comporta inoltre altri problemi nel senso che nessuno può essere veramente coerente con una tale impostazione. Ciascuno infatti lavora nel mondo e cerca di migliorare la propria situazione. Lo stesso annuncio dell'Evangelo non può fare a meno delle strutture proprie al mondo. La vita non è solo "spirituale", ma implica molte altre dimensioni che non possono essere separate le une dalle altre. Questo significa che si tratta d'una visione impraticabile con rigore e in definitiva utopistica.  

I.2. La tendenza amartiologica

La seconda concezione può essere considerata amartiologica. Essa collega l'inizio dello stato con l'entrata del peccato nel mondo e quindi con l'ordine della preservazione. L'autorità civile sarebbe stata ordinata da Dio per contenere gli effetti del peccato sul genere umano. La funzione dello stato sarebbe dunque essenzialmente negativa e consisterebbe nel preservare l'ordine e la decenza in una realtà ormai compromessa. La vita politica sarebbe dominata dal peccato e i cristiani non dovrebbero essere coinvolti in essa. Lo stato vive a causa del potere e la chiesa a causa dell'amore.

Tale concezione trova larga adesione in ambiti evangelici, ma può essere fatta risalire alla tradizione luterana con la sua comprensione del rapporto Legge ed Evangelo. Mentre lo stato dipenderebbe dalla legge della giustizia, la comunità cristiana dipenderebbe dall'Evangelo della grazia.

Anche questa opinione non è senza problemi. La dissociazione che implicitamente suggerisce pone problemi non indifferenti. In nome di essa si sono perpetrati abusi e discriminazioni e non sembra per niente facile continuare a difendere tale causa.

I.3. La tendenza cristologica

La terza concezione può essere considerata quella cristologica. Secondo questa l'origine dello stato è collocata nell'ordine della redenzione. La grazia di Dio per il mondo è manifesta in Gesù Cristo. Il proposito di Dio in Cristo ha quindi il suo fuoco nella chiesa. Egli s'interessa alla comunità credente e non allo stato. Dal canto suo lo stato non deve costruirsi una sua propria visione della realtà e delle proprie funzioni, ma è esposto alla luce che irradia dalla comunità credente. La vita dello stato deve riflettere quella della chiesa. Nella chiesa si avrebbe una pienezza di luce tale da illuminare anche il mondo. Lo stato brillerebbe semmai di una luce riflessa. L'autorità di Dio nel mondo assumerebbe quindi il carattere di una cristocrazia. È come se la creazione assorbisse la redenzione.

Ma l'ordine della redenzione non può precedere quello della creazione senza stravolgere la struttura della rivelazione stessa: creazione-caduta-redenzione. Tra i sostenitori di questa concezione si possono evocare Karl Barth e Jacques Ellul. 

I.4. La tendenza teologica

La quarta concezione può essere considerata teologica. L'origine dello stato è fatta risalire all'ordine della creazione stessa. Dio ha creato la realtà e l'ha ordinata attraverso la propria parola. Ciò che lui ha creato non è stato il caos, ma il cosmos e cioè l'ordine (Is. 45,18-19). Dio ha affidato all'uomo un mandato che comprende tutte le sfere dell'esistenza umana, non da ultimo lo stato.

Il peccato ha senz'altro rovinato in maniera radicale tutte le relazioni esistenti e quindi anche tutto ciò che attiene alla politica, ma per la grazia di Dio in Gesù Cristo l'uomo può lavorare per restaurare la realtà originaria per l'onore di Dio. Il potere del peccato non dev'essere assolutamente minimizzato, ma nemmeno la potenza della redenzione operata da Cristo.

La tendenza teologica si ritrova in ambiente riformato dove ha ispirato oltre che Calvino, anche uomini come Abram Kuyper. Tommaso d'Aquino ha cercato di "battezzare" questa concezione dandone una versione modificata. Egli considera la legge naturale valida per lo stato accanto a quella canonica valida per la chiesa in vista di una sintesi, ma questa rimane una concezione sostanzialmente dualistica estranea alla visione biblica e in contrasto col pensiero riformato.

È evidente che gli indirizzi più sopra evocati non danno solo un'idea della varietà delle prospettive, ma anche dei rischi che influenzano la lettura dei dati biblici e di quelli storici. Pur essendo consapevoli di ciò bisogna ora affrontare tali dati.