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La concezione riformata dell’educazione

di Cornelius Van Til

Soltanto su basi riformate è possibile avere una visione teocentrica nel campo dell'educazione in quanto solo nel pensiero riformato anche Cristo e lo Spirito Santo occupano una posizione centrale. La concezione riformata è infatti saldamente ed esclusivamente ancorata alla Bibbia. Le dottrine della creazione e della provvidenza implicano il fatto che il Creatore dà origine e ordina tutti gli elementi dell'universo secondo una "logica" che trascende l'uomo, il cui sistema deve essere di conseguenza consapevolmente analogico rispetto a quello di Dio.

Il Dio della Bibbia è assolutamente completo e sufficiente in sé stesso. Egli è uno spirito infinito, eterno, immutabile nel suo essere, nella sua sapienza, nella sua potenza, santità, giustizia, bontà e verità e dato che è autosufficiente non lo si può rapportare ad alcun principio di individualità che sia originale quanto lui e che abbia bisogno della sua persona come correlativo che gli corrisponda. Dio non è neppure semplicemente un astratto o formale principio di unità privo di significato fino a quando non lo si porti a contatto con la brutalità di fatti che gli si contrappongono. Non esiste un non-essere o una potenzialità che agisca originalmente come un opposto al Dio rivelato dalle Scritture.

Se così è, questo Dio dev'essere presupposto dall'uomo. La sua esistenza però non può essere provata alla maniera del pragmatismo e dell'idealismo che si sforzano di dimostrarne il principio di continuità, perché ciò equivarrebbe a dire che egli non è più l'unico criterio di unità in quanto esisterebbero una serie di fatti ultimi quanto il Suo essere.

Bisogna ora affermare che solo la Bibbia rivela un Dio così maestoso che può sempre parlare con autorità attraverso la sua Parola. Egli è il presupposto dell'intelligibilità dell'esperienza umana ed è riconosciuto nella fede riformata come il punto di riferimento finale di ogni dichiarazione che l'uomo può fare. In questo senso si può ben dire che il cristianesimo riformato si pone in completa opposizione, in tutti i campi, a tutte quelle forme di pensiero non cristiano che fanno della creatura umana, e non del Creatore, il riferimento ultimo.

La questione fondamentale quindi non è tanto di sapere quale posizione risulti in accordo con i fatti e con la logica, quanto comprendere il discorso strategico relativo ai presupposti, alla filosofia dunque dei fatti e della razionalità. Ogni argomentazione che non risalga al problema dei presupposti evade di fatto il tema in esame. Mentre la posizione cristiana cerca di rendere intellegibile l'esperienza umana fondandosi su Dio quale riferimento ultimo, il pensiero non cristiano opera nello stesso modo collocando però l'uomo al centro. Su questo problema così cruciale abbiamo assistito al tentativo della chiesa cattolico-romana di mediare fra le due visioni della realtà interpretando la vita nelle sue varie manifestazioni parte nei termini dell'uomo e parte nei termini di Dio. La concezione fondamentalista, dal canto suo, percorre questa stessa via con i medesimi fatali risultati. Possiamo perciò dichiarare, con estrema convinzione, che non c'è alcuna posizione ortodossa, se si eccettua quella riformata, che sia capace di opporsi a Dewey o a Platone.

Ciò non è il risultato di un semplice richiamo delle cosiddette dottrine peculiari del calvinismo, ma della totale fermezza e coerenza con cui vengono mantenute tutte le verità teologiche del vero cristianesimo. L'uomo quindi, potrà conoscere lo scopo, i criteri e il principio stesso della vita soltanto nell'ambito di un Dio indipendente e totalmente auto-sufficiente e delle dottrine della creazione e della provvidenza senza nessuna modificazione. Ora ci accingeremo ad esaminare ognuno di questi concetti separatamente.

1. Lo scopo dell'educazione

Secondo il pensiero riformato l'uomo conosceva fin dall'inizio lo scopo della sua esistenza. Egli era stato creato ad immagine del Dio che aveva pure dato origine a tutto ciò che lo circondava. Non c'era perciò alcun fatto interno o esterno alla creatura umana, che non rivelasse in modo pieno il Creatore, infatti la natura o l'essenza di ogni realtà creata sta proprio nella funzione che svolge nel processo d'auto-rivelazione di Dio all'uomo, chiamato anch'egli a svolgere questa stessa funzione.

L'uomo fu creato infatti a immagine di Dio con il compito di esprimere sempre più chiaramente questa sua peculiarità in quanto la vocazione storica a cui era stato destinato consisteva proprio nel riflettere la gloria di Dio nella propria esistenza.

È precisamente in tale contesto, dunque, che dobbiamo riferirci alla rivelazione originale e soprannaturale data ad Adamo, che gli permetteva di comprendere la sua vocazione in vista anche del futuro. Egli avrebbe dovuto in maniera via via crescente rielaborare i fatti dell'universo avendo come meta l'esclusiva gloria di Dio, collaborando così all'edificazione del suo regno.

La rivelazione soprannaturale positiva di cui stiamo parlando è allo stesso tempo correlativa e supplementare a quella che avviene nei fatti all'interno e all'esterno dell'uomo. Si può quindi dire che solamente quando le rivelazioni "naturale" e "soprannaturale" sono considerate integrantesi l'una all'altra e perciò viste per quello che sono nella realtà, l'uomo è posto nella corretta prospettiva storica. Ci si rende cioè conto di cosa egli fosse e di quel che dovesse diventare sia a livello individuale che collettivo e si comprende anche, esclusivamente in questo contesto, che la sua vita si realizza all'interno di una relazione pattuale. Dio infatti gli ha donato da realizzare un progetto nel quale deve impegnarsi concretamente e che consiste nella costruzione del suo regno.

A questo progetto deve partecipare l'intera umanità in quanto il primo uomo è rappresentante, appunto, di tutta la razza umana. Il Creatore aveva informato l'uomo di questo attraverso una comunicazione di pensiero soprannaturale accompagnata da una rivelazione fattuale. Dio ha istruito così il filosofo-scienziato che a sua volta avrebbe dovuto trasmettere le verità ricevute all'insegnante il quale avrebbe dovuto fare altrettanto con l'allievo rendendolo edotto circa il compito affidato alla creatura umana nella creazione.

È stato già notato come l'uomo non sia in grado di conoscere il preciso mandato ricevuto se fonda la sua riflessione su presupposti non-cristiani. Circondato com'è dal caos, egli non riesce neppure a distinguere un fatto dall'altro, perché per afferrare qualcosa in particolare, dovrebbe conoscere tutto.

A questo punto però è necessario sottolineare che anche le posizioni cristiane non riformate si trovano nella situazione appena descritta. Il Dio del cattolicesimo romano e dell'arminianesimo per esempio, è incapace di definire il mandato culturale dell'uomo non potendo controllare il futuro in modo assoluto dato che la realizzazione dei suoi scopi è condizionata dalla volontà umana. Egli può insistere affinché l'uomo realizzi la funzione di suo rappresentante sulla terra e poi sperare nel successo di un tale progetto solo se l'uomo stesso offrirà la propria collaborazione. Se Dio quindi non può portare a compimento i suoi disegni prescindendo dalla volontà umana ciò significa che, in ultima analisi, è un essere limitato che non possiede il controllo ultimo della storia.

Dunque, solo la fede riformata confessa la verità biblica di un Dio sovrano da ogni eternità, che ha dei progetti da lui perfettamente conosciuti i quali troveranno certamente un pieno adempimento. Esclusivamente questo tipo di posizione può sfidare perciò il pensiero non cristiano sul soggetto dell'educazione. Il Dio del cristianesimo soltanto, come espresso dalla fede riformata, permette di evitare e superare l'astratto principio universale della filosofia idealista, e con esso il dio che necessita di condizioni ambientali particolari per poter essere auto-cosciente, un dio che ha bisogno d'un processo graduale per la determinazione della sua volontà onde fissare degli obiettivi per l'umanità.

2. I criteri nell'educazione

Affronteremo ora, come secondo punto, la questione dei criteri e delle norme nel campo educativo. Abbiamo già precedentemente indicato come a partire da presupposti non cristiani sia impossibile distinguere ciò che promuove l'educazione e ciò che invece la ostacola.

La fede riformata si fonda, molto chiaramente, sull'assunto dell'assoluta verità della posizione cristiana ed è proprio questo che l'insegnante trasmette al proprio allievo. Quest'ultimo ha imparato già che lo scopo della vita umana può essere conosciuto solo attraverso l'autorevole rivelazione di Dio ed è ora in grado di discernere che su questa stessa base l'uomo può anche rintracciare i criteri per mezzo dei quali deve vivere.

Ogni altra posizione su tale tematica risulterà solo un compromesso, perché l'educazione verrà considerata come una scelta fra due diverse visioni come se ci si trovasse su un terreno del tutto neutrale. Si ritrova qui il presupposto di un possibile impegno nei confronti di Dio e di Cristo come Signore senza l'iniziale potenza rigeneratrice dello Spirito Santo. Tale impegno però non sarà mai una dedicazione nel pieno senso del termine. Il Dio e il Cristo della Scrittura restano tali infatti solamente quando ci si impegna realmente perché si è stati attirati dalla loro potenza. In caso contrario, essi diventano ancora una volta un astratto principio universale, dipendenti loro stessi dall'individuazione di un criterio irrazionale. Così accade anche per la Bibbia che, se deve essere prima provata da una norma più alta, estrinseca ad essa, perché diventi rilevante per l'esperienza umana, non rappresenta più il riferimento ultimo per l'esistenza e ci si chiede in fondo per quale motivo si avrebbe ancora bisogno di essa. La nostra conclusione perciò è che la fede riformata soltanto costituisca una vera sfida a Dewey come a Platone. Essa affronta e risolve infatti, non solo il problema dello scopo della vita umana, ma anche quello relativo ai suoi criteri.

È solo su basi riformate quindi che l'insegnante possiede criteri che gli consentono di distinguere ciò che è educativo da ciò che non lo è. Ogni cosa che è in armonia con il contenuto della Scrittura può essere considerato educativo mentre il resto sicuramente va eliminato. Il criterio in sé, come si vede, è sufficientemente chiaro e semplice, la difficoltà, sia per l'insegnante che per l'allievo, è trovare la sua applicazione pratica nelle varie situazioni in cui si verranno a trovare.

3. Il principio orientativo nell'educazione

Affronteremo ora il problema cruciale della motivazione stessa dell'esperienza umana considerando da dove tragga le proprie risorse. Vi sono indubbiamente due posizioni opposte su questa tema, in quanto la visione non cristiana ripone la propria fede nell'uomo mentre quella cristiana nel Dio trino delle Scritture.

È necessario affermare a questo punto che a partire da presupposti non cristiani l'esperienza umana opera nel vuoto; l'uomo è nelle tenebre e non ha alcuna speranza di uscirne per vedere la luce, anzi resta preda in definitiva dell'ottenebramento e dell'irrazionalità. Il risultato è che le tenebre ricoprono l'allievo, l'insegnante, lo scienziato filosofo e il loro stesso dio.

La razionalità non può essere considerata per essi una costante, dato che secondo loro essa si fonda sulla casualità. La razionalità assoluta è vista come proveniente, per proiezione, da un animale razionale che a sua volta l'ha ottenuta accidentalmente e che usa la legge della contraddizione, anch'essa ritenuta casuale, per autoconvincersi che il Dio del cristianesimo non può esistere.

In netto contrasto con quanto appena esposto, la posizione riformata orienta il suo pensiero in modo molto franco sulle solide basi rappresentate dalle dottrine della creazione e della provvidenza, così come rivelate dalla Scrittura. Solo su questo fondamento l'insegnante e l'allievo sono, fin dall'inizio, circondati dalla luce, in contatto cioè con la verità perché essi stessi rivelano Dio quale loro Creatore e Signore.

Bisogna però specificare ora di nuovo che le varie visioni cristiane che tendono ad eliminare quella riformata cadono all'istante nel compromesso e insistendo sulla nozione della libertà umana non fanno altro che impedire all'uomo il contatto con Dio. Il loro tentativo è la difesa della logica, della razionalità quando si preoccupano di mettere Dio al riparo da ogni responsabilità nei confronti del peccato, non rendendosi conto che ciò significa ridurlo al livello di dimensione finita. Un Dio di questo tipo in fondo non ha nessun controllo finale sul destino dell'uomo e dell'universo e tutto viene ricondotto in un contesto di oscurità e di accidentalità. Cristo poi avrebbe fatto del suo meglio per l'uomo, rendendo la salvezza "possibile" per tutti anche se ora è costretto a confrontarsi continuamente con la volontà umana che può frustrare i suoi piani, semplicemente decidendo di non accettare la sua offerta. In questo modo allora l'opera del Cristo rappresenterebbe un fallimento, Satana non sarebbe stato sconfitto e il regno del male può ancora prevalere su quello divino.

Come può l'insegnante su questi presupposti indirizzare fermamente l'allievo a lavorare per il Regno di Dio? Egli non può trovare alcuna spiegazione intellegibile relativa a tale regno se non esiste un disegno preciso di Dio per l'universo che infallibilmente troverà il suo compimento. Un Dio non sovrano veramente potrebbe solo fantasticare circa il corso della storia perché non possederebbe uno progetto stabile e soprattutto realizzabile. Questo implicherebbe che la realtà, in ultima analisi, è irrazionale. L'insegnante a questo punto non saprebbe assolutamente come integrarsi nella realtà e come promuovere l'integrazione dei suoi allievi in quanto regnerebbe l'indeterminatezza.

4. L'unità della cultura

Nella discussione precedente abbiamo posto l'assunto che solo sulla base di un cristianesimo consistente si può ottenere un reale processo di insegnamento e di apprendimento mentre i presupposti non cristiani non offrono alcuna coerenza nella comprensione dell'esperienza umana. Da ciò deriviamo il pensiero di un'antitesi assoluta tra i due principi: da un lato infatti ci sono coloro che servono e adorano la creatura, dall'altro quelli che invece desiderano porre il Creatore al centro della loro vita.

Questi ultimi conoscono il criterio e l'ideale della vita umana e lottano per vederne la realizzazione, contando sulla potenza dello Spirito nella loro stessa esistenza. Al contrario troviamo persone che colpevolmente ignorano queste realtà trovandosi in una condizione di morte spirituale e non ci sono livelli di morte. Vi è quindi un'antitesi assoluta tra le due posizioni.

Tuttavia tale antitesi riguarda solo i principi che non troveranno piena espressione nella vita umana fino al termine della storia. In pratica perciò il non credente può conoscere ed insegnare molte cose giuste e vere.

"Negheremo agli antichi giureconsulti lucida chiarezza nel costituire un ordine di governo saggio ed equo? Diremo che i filosofi sono stati ciechi, essi che hanno considerato sì diligentemente i segreti della natura e ne hanno scritto con tanta arte? Diremo che chi ci ha insegnato l'arte della discussione, vale a dire il modo di parlare secondo ragione, non avesse alcuna intuizione? Diremo insensato chi ha inventato la medicina? Considereremo le altre discipline come follie? Al contrario: non possiamo leggere i libri scritti su tutti questi argomenti senza rimanerne meravigliati. E siamo meravigliati perché siamo costretti a riconoscere la sapienza ivi contenuta".

È in questo senso che Calvino si esprime dopo aver mostrato che la depravazione umana "si estende non solo all'intera razza umana, ma ha completo possesso di ogni anima".

Egli non ha paura di sottolineare l'assolutezza del principio del peccato per timore di commettere un'ingiustizia nei riguardi della bontà, della verità e bellezza che comunque rintraccia nella cultura di uomini e nazioni non cristiane. Al contrario, i concetti della depravazione totale e dell'unità della cultura umana sono legati l'uno all'altro, perché provengono dalla stessa sorgente - cioè il consiglio sovrano del Dio che controlla ogni realtà. Dio ha un piano unificato all'interno del quale gli uomini si impegnano per compiere il loro mandato culturale. È dunque da questa base positiva che la visione riformata trae il suo orientamento.