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Le qualifiche dell’insegnante

Di Corrado Grottoli

L'Associazione laica di cultura biblica, attraverso il proprio notiziario Biblia del 3 novembre 1989, ha diramato un appello, a favore dell'inserimento della Bibbia nella scuola italiana.

L'appello fa riferimento ad un "programma aconfessionale di cultura biblica" e chiede che sulla "Bibbia si fornisca una solida informazione di tipo tematico, storico, filologico e letterario che potrà essere assunto dai suoi destinatari sia come arricchimento culturale sia come stimolo per un approfondimento religioso personale".

Esso è stato sottoscritto da religiosi e laici, giacché il carattere aconfessionale che tale insegnamento assumerebbe, dovrebbe rappresentare una garanzia contro i ben noti pericoli del dogmatismo e delle strumentalizzazioni. In pratica, si tratterebbe di introdurre gli allievi allo studio della Bibbia e fornire loro gli strumenti indispensabili per una corretta esegesi dei testi.

Credo che il progetto meriti tutta la nostra considerazione, sia per la validità di un tale insegnamento, sia perché la cultura biblica in Italia è assai carente e spesso anche là dove viene letta la Bibbia viene letta in maniera discutibile: o perché si è privi dei fondamentali strumenti di base e di un metodo di studio adeguato, o perché si parte da presupposti interpretativi poco rispettosi del testo stesso. Ciò rende più difficile la comprensione del testo, vale a dire, il risalire al pensiero dell'autore (che è quanto l'esegesi si propone di fare) e la sua applicazione alla vita ed alla pratica di ogni giorno (sebbene un ruolo tutt'altro che secondario spetti allo Spirito Santo e alla preghiera).

È necessario, dunque, incoraggiare tutto quanto possa contribuire a correggere una situazione come quella italiana in materia di cultura e di studi biblici.

I firmatari dell'appello hanno voluto mettere in evidenza la premessa, cui abbiamo già fatto riferimento, e sulla quale tutto il programma si dovrebbe basare: il suo carattere aconfessionale. Essi, infatti, non intendono "prendere posizione circa un insegnamento confessionale della religione nella scuola di Stato, nè interferire con le modalità di lettura biblica proprie delle varie confessioni religiose "ma perseguire una lettura scientifica nel metodo e neutrale nella sostanza".

Ora si sa che nell'affrontare lo studio di un qualsiasi testo letterario (e la Bibbia non fa eccezione) occorre essere il più possibile oggettivi e rigorosi: si dovrebbe conoscere la lingua in cui gli originali furono scritti, il periodo storico, l'ambiente sociale ed economico in cui l'autore visse, ecc. Il rigore scientifico e la correttezza sono imprescindibili in questo tipo di lavoro, tanto più che numerosi elementi di carattere introduttivo o contenuti nel testo, come per esempio, le date, i personaggi, i luoghi e tante altre informazioni, non sono interpretabili e verranno assunti come tali indipendentemente dai presupposti e dalla particolare angolatura da cui si affronta lo studio del testo.

Tuttavia, come è stato dimostrato da Schleiermacher a Bultmann e Gadamer, la perfetta oggettività è impossibile, una sorta di mito illusorio e fuorviante, un presupposto essa stessa che ostacola più che favorire la scientificità.

Dobbiamo tener presente che i presupposti adottati consapevolmente o inconsapevolmente dall'interprete sono assai più importanti, dal punto di vista delle conseguenze, che eventuali divergenze di carattere metodologico. Pertanto, nell'interesse del rigore scientifico, essi andrebbero rimossi, in caso contrario si dovrebbe subito appurare quali di essi possono utilmente intervenire nel processo ermeneutico ed influire positivamente sui risultati e sulle conclusioni della ricerca.

Si deve quindi capire che nessun aspetto del rapporto fra l'interprete e il testo prescinde da una precomprensione teologica e da presupposti di partenza e che un esame di essi deve essere il primo passo da compiere nell'interpretazione scientifica dei testi.

La personalità dell'interprete, benché per lo più a livello inconscio, avrà sempre un ruolo importantissimo in questo lavoro, per non parlare delle lacune, delle preferenze, delle inclinazioni all'ottimismo o al pessimismo, dell'ambiente sociale o della preparazione culturale dell'interprete stesso. Ecco perché egli deve permettere al testo di modificare i propri presupposti e la precomprensione con cui si avvicina ad esso, altrimenti non potrà evitare di proiettare su quello le proprie idee e riscoprire ciò che conosce già.

Il dialogo fra l'interprete e il testo non dovrebbe mai interrompersi, bensì approfondirsi sino a frantumare l'originaria precomprensione dell'interprete, fornendogliene un'altra completamente nuova dalla quale continuare a interrogare il testo e analizzarne i contenuti.

Quando la priorità è data al testo le barriere fra i due scompaiono e l'interprete si accorge che nell'interpretare il testo, quest'ultimo "interpreta" lui.

In altri termini, nel capire il testo capirà meglio sé stesso alla luce di quella Parola e si sentirà capito da essa. Allora l'autorità della Scrittura sarà affrontata seriamente e la Parola di Dio non rappresenterà un codice da osservare legalisticamente ma una Parola vivente che parla all'uomo nella precisa situazione in cui si trova.

Mi rendo conto che il tipo di approccio che sto cercando di delineare appaia chiaramente assai poco neutrale, quindi opposto a ciò che si cerca di introdurre e, come tale, improponibile in una scuola di Stato che è espressione di una società che si vuole laica e pluralistica.

Il problema scaturisce dal fatto che un libro che afferma di essere la Parola di Dio venga introdotto in un ambiente secolarizzato che ha escluso Dio, l'autore stesso di quel libro, dall'orizzonte della storia, e che si considera autosufficente, tranne che in periodi di grandi calamità.

In secondo luogo è bene domandarsi perché introdurre la Bibbia nella scuola: per gli stessi motivi per cui si leggono l'Iliade e la Divina Commedia, oppure per riproporre dei valori religiosi e morali a una società che ne è assolutamente priva?

Terzo, si chiede a degli insegnanti di insegnare un libro che la maggior parte di essi forse conosce poco, che senz'altro non ha studiato all'università, tranne qualche eccezione, e verso il quale, probabilmente, non sa quale atteggiamento assumere.

Teniamo presente che la Bibbia non è come gli altri libri, giacché essa afferma di essere la Parola del Dio che si rivela agli uomini, esortandoli al ravvedimento e alla fede. Di fronte ad un tale libro, come pure all'invito che esso contiene, non è possibile la neutralità: o lo si accetta senza riserve, o lo si rifiuta, non esiste una via di mezzo.

La non-scelta è già di per sé una scelta, un rifiuto e in sostanza un giudizio nei confronti di essa.

Desidero qui suggerire alcuni spunti di riflessione senza passare in rassegna i vari metodi di lettura della Bibbia: allegorico, letterale, storico-critico, ecc. che, tuttavia, l'insegnante dovrebbe conoscere per mostrare agli allievi la loro applicazione ai diversi generi letterari presenti nella Bibbia e le differenti conclusioni cui essi ci permettono di giungere. Qui sta, a mio avviso, la differenza fra indottrinamento ed educazione: l'insegnante, per correttezza e onestà, dovrebbe sempre far presente agli allievi la premessa da cui il suo lavoro prende avvio e il metodo usato, ponendo loro in condizioni di acquisire liberamente gli strumenti della conoscenza. Considero questo un buon metodo di insegnamento ma anche un tasto dolente della nostra scuola e dei libri di testo che vi circolano.

In definitiva, la domanda che le riflessioni fin qui esposte sottintendono è la seguente: deve l'interprete essere necessariamente un credente oppure no?

Alcuni hanno risposto affermando che la fede degli autori dei libri sacri deve essere condivisa e professata anche dai loro interpreti. In caso contrario si potrebbe tutt'al più comprendere ciò che il testo significò allora e non ciò che esso significa per me oggi.

La vera conoscenza, infatti, cui le Scritture stesse fanno riferimento, non è quella teorica ed astratta della tradizione filosofica, ma una conoscenza personale ed esperienziale legata non solo all'insieme dei dati disponibili ma, in particolar modo, alla partecipazione a livello implicito dell'uomo nella sua totalità.

Un secondo gruppo ha giustamente osservato che molte parti della Scrittura, del Nuovo Testamento in particolare, sono state scritte per suscitare la fede, non per consolidarla. Le parabole di Gesù non erano certo rivolte a un pubblico che condivideva il suo punto di vista, esse miravano proprio a vincerne le resistenze. Molti brani contenuti nei Vangeli e nel libro degli Atti furono usati principalmente nella predicazione missionaria della chiesa primitiva, ecc.

Come possiamo, dunque, risolvere questo dilemma fra due posizioni ugualmente sostenibili? Affermare che le pagine del Nuovo Testamento indirizzate a credenti possano essere comprese pienamente solo dall'ottica della fede e che la comprensione dei testi evangelistici non richiederebbe un tale presupposto è eccessivo. Il Nuovo Testamento non si lascia dividere esattamente fra queste due categorie: uno stesso brano della Scrittura può a volte, ottenere contemporaneamente il duplice scopo di suscitare la fede e di confermarla.

Per G.N. Stanton - addirittura - "se interpretare vuol dire dialogare con il testo, domandarsi se l'interprete debba essere o non debba essere un credente equivale a porsi una domanda sbagliata. Sarebbe una domanda valida - continua egli - se l'interprete potesse far da spettatore, isolarsi perfettamente dal testo e assumere una comoda posizione di neutralità. Ma siccome ciò è impossibile e controproducente, dato che l'esegesi è considerata un dialogo ininterrotto fra l'interprete e il testo, il presupposto di partenza dell'interprete diventa meno importante della sua volontà e prontezza a correggere o sostituire completamente la precomprensione con cui si avvicina ad esso. L'esegeta non può permettere - scrive ancora l'autore - né i propri preconcetti né la propria precomprensione di dominare la lettura del testo. Tuttavia essi non possono essere evitati totalmente ma non debbono rappresentare niente più che una porta attraverso cui il testo viene avvicinato. Quest'ultimo deve avere la priorità: l'interprete si trova di fronte ad esso in umiltà e prega, attraverso i metodi dello studio rigoroso e le domande che gli sottopone, di poter riascoltare la Parola di Dio in tutta la sua immediatezza.

Questo - conclude egli - è il compito entusiasmante dell'interprete, ma è anche un compito rischioso: la Parola di Dio spazza via i nostri comodi e sicuri preconcetti: è una parola di giudizio come pure di grazia".

Mi sembra di poter dire, a questo punto, che chiunque sia disposto a rivedere la propria precomprensione alla luce di quella derivante dalla lettura della Bibbia sia già molto avanti sulla via della conversione. In quello, infatti, il seme della Parola non è rimasto patrimonio intellettuale ma ha trovato un terreno fertile dove germogliare e portare frutto.

Credo, insomma, che gli insegnanti meglio qualificati a insegnare scientificamente la Bibbia nella scuola siano proprio i credenti o, almeno, coloro che fossero sulla via per diventarlo.

Si può dire, in altri termini, che l'interpretazione più autentica sia quella che muove dalla fede o che conduce alla fede. In sostanza, autentica interpretazione e trasformazione interiore sembrano, almeno in parte, coincidere: il verificarsi dell'una produce il verificarsi dell'altra.

Non c'é dubbio, infatti, che una buona interpretazione della Scrittura conduca alla fede, o possa condurre alla fede, oppure la confermi se questa era già presente nell'interprete.

È ormai chiaro che con il termine "scientificamente" non intendo un tipo di insegnamento neutrale ma:

a) una piena disponibilità a modificare radicalmente la propria precomprensione per adottare quella che il testo stesso suggerisce, anche quando ciò significa ridimensionare o ripudiare il bagaglio dogmatico della moda teologica del momento o della confessione di appartenenza, abbia o non abbia l'imprimatur di un qualche magistero ecclesiastico;

b) possedere una sicura padronanza degli strumenti tecnici più aggiornati della esegesi e della moderna critica biblica da subordinare incondizionatamente alla premessa di cui sopra.

Ignorare consapevolmente l'atteggiamento di ostilità verso la Bibbia, respingere quello cosiddetto neutrale come improponibile conduce, per una interpretazione realmente scientifica, all'unico presupposto che considero valido, la fede: o come punto di partenza del processo ermeneutico, o come punto di arrivo di una prima fase di esso. In entrambe i casi ci troviamo di fronte ad una fondamentale onestà di cuore e la Scrittura è accettata per quello che essa afferma di essere, vale a dire, la Parola autorevole e ispirata da Dio.

Il processo ermeneutico, attraverso cui il lettore si avvicina alla Parola lasciandosi trasformare da essa, viene descritto dall'apostolo Paolo nel primo capitolo della lettera ai Colossesi, dove si afferma che "la profonda conoscenza della volontà di Dio" determina un cammino "degno del Signore" che, a sua volta, rimanda alla Scrittura per incrementare la conoscenza di Dio che produce ulteriori ripercussioni sul nostro comportamento, e così via. Una sorta di spirale che ci permette di andare in profondità, un pò come la scala del pozzo di San Patrizio ad Orvieto. Di circoli o spirali ermeneutici potrebbero esservene, tuttavia, diversi, uno dei quali limitato alla sfera intellettiva del lettore, deciso a non permettere alla Parola di scendere nel suo cuore e di trasformarlo.

Infatti è al cuore dell'uomo che Dio parla attraverso la Scrittura ed è nel cuore che si prendono le decisioni che contano, le decisioni esistenziali compresa quella di non voler credere.

Insospettisce fortemente quel tipo di conoscenza distaccata, impersonale, basata sulla dicotomia fra la ragione ed il cuore e tale da privilegiare inspiegabilmente la prima. Scontiamo ancora i danni prodotti dall'Illuminismo settecentesco e dal suo culto della "dea ragione" e, benché ci illudiamo di essere delle creature razionali che decidono sempre nella maniera più oggettiva e spassionata, in realtà non ci rendiamo sempre conto che le vere decisioni sono prese attraverso l'apporto preponderante e determinante della nostra affettività. Questa inconsapevolezza non sembra certo deporre a favore della rigorosità scientifica.

Dovremmo cercare, invece, di recuperare un genere di conoscenza tale da dare il giusto spazio all'intelletto ed all'affettività, che sia anche esperienziale e non prescinda dalle istanze etiche della persona umana.

La Bibbia parla soprattutto del cuore e al cuore dell'uomo per permettergli di aiutarlo a conoscere Dio e ad essere conosciuto da Lui. Tale conoscenza non è di tipo meramente teoretico ma l'applicazione pratica, l'esperienza di un rapporto di alleanza, d'amore e di fedeltà, come quello fra marito e moglie descritto dal profeta Osea.

Il Creatore non può essere l'oggetto delle nostre investigazioni, Egli è il Signore, pertanto la verità divina, assoluta, che l'uomo per natura non possiede, potrà essere conosciuta solo nella misura in cui sarà Dio stesso a rivelargliela. E ciò avverrà solo nell'ambito di un rapporto di fedeltà, di consacrazione e di amore per Lui. Al di fuori di ciò vi è solo idolatria.

Ecco perchè, scrivendo ai Corinzi, San Paolo ammonisce che, "se alcuno si pensa di conoscere qualcosa, egli non conosce ancora come si deve conoscere; ma se alcuno ama Dio esso è conosciuto da Lui.

La verità, infatti, è una persona che si può conoscere esclusivamente attraverso una relazione di comunione e d'amore.

Spero di avere reso almeno in parte l'idea della complessità dell'argomento. Leggere la Bibbia è indispensabile, ma dobbiamo ricordare con l'Evangelista Giovanni che queste cose sono state scritte affinché noi crediamo che Gesù è il Cristo, il Figliuol di Dio, e affinché, credendo abbiamo vita nel Suo Nome.