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L’insegnamento della Bibbia nelle scuole statali europee
di
Lidia Goldoni

Il documento che prenderò in esame in questo articolo consiste in un sondaggio effettuato dal Censis sull'insegnamento della Bibbia nelle scuole statali europee, integrato da una serie di interessanti considerazioni. La sua importanza può essere meglio valutata se si considera che esso rientra in un più ampio progetto di ricerca esplorativa, condotta da operatori sociali in campo educativo. La divulgazione è stata effettuata sia tramite una pubblicazione dal titolo: "La presenza della Bibbia nelle scuole statali dei paesi europei (CENSIS: Roma: ottobre 1991), sia nel corso del Convegno nazionale promosso dall'associazione "Biblia" a Bologna, nell'ottobre del 1991. 

Come sarà trattato

Dopo aver esposto brevemente le osservazioni preliminari dei ricercatori sul contesto sociale e culturale europeo, farò riferimento all'impostazione metodologica da loro adottata, ai dati cerner, dal sondaggio, alle informazioni desunte dalla documentazione di riferimento e alle conclusioni da loro raggiunte. Proseguirò poi analizzando in modo più approfondito alcune direttive di fondo della ricerca.

Per questa analisi, mi tornerà utile mettere a fuoco alcuni termini ricorrenti nel documento che, a mio avviso, evidenziano idee e concetti assunti in modo non sufficientemente critico e problematico. Non sarà superfluo, a questo punto, dichiarare che i miei presupposti aderiscono ai punti di una esplicita confessione di fede cristiana evangelica. Alla luce di tali presupposti, cercherò infine di esprimere una valutazione complessiva della ricerca. 

Note introduttive di contesto

L'analisi preliminare condotta dai ricercatori del Censis sulla realtà sociale europea individua nei rapidi processi di mutamento l'esigenza di una diversa e migliore qualità di intervento, definita "sociale evoluto". In particolare, si rileva la necessità di completare il processo di unificazione dell'Europa, di dare spazio alle emergenze e ai nuovi bisogni espressi dalla società (non riconducibili esclusivamente a quelli economici: politici: tecnologici ecc.), di assorbire gli enormi contraccolpi causati dallo scioglimento dell'Est europeo. Si auspica, quindi, l'avvento di una sorta di "autocoscienza collettiva del sociale" costruita dal basso, tramite l'individuazione e la promozione di una rinnovata "comune cultura sociale" rispettosa delle diversità, ma tendente a una loro possibile integrazione. Questo movimento si porrebbe come polo dialettico rispetto a quello istituzionale, con le sue tipiche logiche di imposizione dall'alto. In tale contesto, prendono corpo degli interrogativi riguardanti il ruolo della religione e del "fenomeno cristiano" nella cultura europea, e l'opportunità dell'insegnamento della Bibbia nelle istituzioni scolastiche statali, teso a ridefinire il senso della vita. L'attualità di questi interrogativi è ricondotta da un lato a una nuova apertura nei confronti del linguaggio della fede religiosa, all'interno del pluralismo ideologico e culturale, dall'altro lato, ad una sorta di insoddisfazione nei confronti di modelli culturali ritenuti ormai inadeguati, in una società europea che sembra oggi avere smarrito ogni punto di riferimento.

Nell'analisi del contesto europeo gli autori segnalano, inoltre, la presenza di alcuni dati imprescindibili. 

La mutata rilevanza della religione 

Accanto al declino dell'influenza delle istituzioni ecclesiali sulla società, si registra, per contro, una certa rinnovata attenzione per la religione, intesa come sensibilità alla dimensione spirituale e non come mera pratica liturgica. 

La dialettica tra scuola e religione

Il problema del l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche trova diverse proposte di soluzione. Un fattore comune è individuato nella necessità di giustificare la presenza della religione in una scuola, com'è quella di oggi, "didatticamente avanzata", in cui le discipline commisurano la loro plausibilità a criteri di efficienza e competitività. In assenza di un chiaro assetto epistemologico del sapere impartito nella scuola, non si intravede per la religione altro approccio che quello ispirato a "ragioni umane, culturali, funzionali", nell'intento di promuovere l'acquisizione del "patrimonio comune dell'identità europea". 

La problematica delle chiavi di lettura della Bibbia 

Non poteva mancare il riferimento a una questione centrale: quella dell'interpretazione della Bibbia. Gli autori si avventurano nell'ambito dell'ermeneutica appellandosi all'autorità (a loro avviso indiscussa) di Paul Ricoeur e degli approcci critici moderni. Auspicano, quindi, un'integrazione di tali approcci a livello ecclesiale e un superamento della prospettiva teologico-confessionale nella didattica del testo biblico. 

Osservazioni metodologiche

Secondo le linee metodologiche della ricerca esplorativa, il sondaggio ha preso avvio da un'ipotesi generale. Si è trattato, in breve, di verificare la correlazione tra l'insegnamento della 'Bibbia nelle scuole statali europee e una modalità di approccio didattico non "autonomo... ma confessionale". Per la realizzazione del progetto ci si è avvalsi di due strumenti: un'intervista strutturata a testimoni privilegiati (vedi questionario a pag. 34 non visibile) e un'analisi della documentazione più aggiornata sull'argomento.

I paesi coinvolti sono stati 23: Austria, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Jugoslavia, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Russia, Spagna, Svezia, Svizzera. È stata esclusa l'Italia, di cui è data per scontata la conoscenza dell'argomento. I testimoni interpellati tramite questionario (reperiti in ambito ecclesiale) sono stati 40, dei quali solo 27 hanno fatto pervenire una risposta. 

Informazioni emerse dal sondaggio e dall'analisi della documentazione

In sintesi, si possono rilevare i seguenti dati (vedi tab. 1 non visibile):

- l'insegnamento della Bibbia nelle scuole statali è segnalato da 24 risposte su 27;

- la scuola primaria appare quella più interessata;

- l'insegnamento della Bibbia è impartito, per la maggioranza dei casi (19 su 27), in modo "confessionale";

- l'insegnamento della Bibbia è regolato da un accordo tra Stato e Chiesa.

L'analisi della documentazione offre poi altri elementi sulla situazione specifica di diversi paesi. In Austria, per esempio, nella scuola pubblica la Bibbia compare tra gli altri libri di testo e il suo insegnamento da parte della Chiesa Cattolica è presente soprattutto nelle scuole superiori. In Belgio la scuola pubblica offre una larga varietà di approcci alla religione, a causa della estrema etei-ocenetá degli alunni. In Francia lo statuto dell'insegnamento religioso (IR. d'ora in poi) non è definito chiaramente, ma è lasciato all'iniziativa locale. Larga parte dell'opinione pubblica si sta mobilitando affinché la scuola laica impartisca alcuni insegnamenti basilari della tradizione biblica, soprattutto per l'inserimento dei giovani in una società che, storicamente, non può prescindere dal cristianesimo. In Germania, prevale oggi il metodo della correlazione tra Bibbia ed esperienza soggettiva.

Nelle scuole pubbliche, comunque, la Chiesa Cattolica impartisce un insegnamento confessionale. La Chiesa Evangelica (aderente all'EKD) fa appello alle basi scientifiche e alla libertà di coscienza dell'insegnante nell'interpretazione dei contenuti della fede. In Grecia prevale un insegnamento tradizionale di religione ortodossa, secondo un'ottica teologico-apologetica. Nell'Irlanda protestante la Bibbia è (ancora!) considerata Parola di Dio e non prevede, quindi, un approccio cosiddetto laico. In Norvegia si segnala (con un certo fastidio) un ritorno all'insegnamento della Bibbia in senso opposto all'orientamento antropologico prevalente negli anni 70. In Olanda non è previsto uno specifico IR; è presente, invece, nella scuola pubblica una materia chiamata "educazione alla visione della vita", basata sul pluralismo religioso. In Portogallo (come negli altri paesi cattolici: Malta, Irlanda, Spagna ecc.) l'IR è decisamente catechistico e confessionale. Nel Regno Unito, secondo le ultime disposizioni legislative, la religione è studiata come fenomeno culturale, e il cristianesimo è trattato come parte dello studio delle religioni mondiali. 

Anche nelle scuole cattoliche l'IR sta assumendo sempre più il carattere culturale tipico di una materia scolastica. In Svezia la Bibbia è studiata dal punto di vista storico-culturale e secondo un taglio genericamente informativo. In Svizzera, lo studio della Bibbia è di tipo culturale ed ecumenico, a causa del carattere pluriconfessionale della sua popolazione. Cattolici e protestanti collaborano, in una certa misura, alla programmazione dell'IR per la scuola primaria. In Europa Orientale, accanto a una vera e propria catechesi (cattolica e ortodossa) si comincia a valutare anche la possibilità di un approccio più culturale alla religione. In Ungheria la Bibbia è studiata nei corsi di letteratura; nelle scuole pubbliche primarie e secondarie della Romania c'è la possibilità di optare per uno studio specifico della Bibbia.

Conclusioni

Ed ecco, in sintesi, le conclusioni cui sono giunti i ricercatori del Censis. Preso atto di un'eredità storica conflittuale nei paesi europei (a partire dalla Riforma), si afferma in modo perentorio che la confessionalità non è più una prospettiva adeguata per l'insegnamento della Bibbia, inoltre anche da parte delle stesse confessioni cristiane si va diffondendo un atteggiamento ecumenico di condivisione e ricerca di valori comuni. Ci si rammarica del fatto che lo studio culturale della Bibbia, condotto "prescindendo dalle fedi religiose" sia ancora poco diffuso; ci si dimostra, inoltre, scettici sull'efficienza del sistema scolastico nel rispondere a una domanda così complessa, come sarà quella della società europea, interculturale e interetnica, nell'immediato futuro. Si ribadisce la necessità di un approccio biblico "non... determinato da precomprensioni di fede", dal momento che l'uomo contemporaneo, per gestire la sua vita, non si baserebbe più su di un'autorità esterna, ma "sull'autorità delle sue competenze". Infine, poi, l'intenzionalità educativa esigerebbe un ulteriore ampliamento degli approcci al testo biblico (dalla didattica del simbolo: alla lettura degli effetti storici sull'arte, l'economia, il costume ecc.).

Analisi di alcune direttive

Per arrivare a una valutazione del documento, occorre portare alla luce alcune idee che hanno fornito l'orientamento di fondo dei ricercatori, le quali, lungi dall'essere poste in discussione, costituiscono invece un presupposto implicito pesantemente condizionante. Nel trattare il ruolo della teoria nella conduzione della ricerca scientifica, L. Lumbelli afferma che "un certo tipo di giudizi e di valutazione intuitiva stanno sempre alla base... della formulazione di un'ipotesi e anche della conclusione della medesima", nonché della stessa scoperta del problema che ha dato avvio alla ricerca. Sul problema a monte della ricerca tornerò più avanti; per ora mi interessa rilevare come tali "giudizi e valutazioni" influiscano sulla messa a punto degli strumenti di analisi, ossia sulla scelta dei termini (e quindi dei concetti) usati nell'osservazione della realtà. Uno di questi concetti, che compare proprio nella formulazione dell'ipotesi generale, è quello di confessionalità. È interessante notare che la funzione di questo concetto consiste nell'evocare, giocando sull'ambiguità, tutta una serie di significati negativi. Oltre a operare un'errata identificazione di confessionale e istituzionale-ecclesiale (confessione cattolica: protestante: ortodossa ecc.), l'argomentazione raggiunge il suo scopo attraverso una serie di mosse: 1) rileva, dati alla mano, il declino dell'influenza delle istituzioni ecclesiali sulla società europea, parallelamente al declino dell'autorità della dottrina sull'uomo contemporaneo; 2) postula una sorta di inferiorità del sapere confessionale nei confronti delle discipline scolastiche 'didatticamente avanzate"; 3) presenta, inoltre, la confessionalità come una prospettiva superata dagli eventi storici, nell'odierno contesto europeo, caratterizzato da un'ampia tendenza all'integrazione sociale e culturale, tendenza recepita anche sul versante ecclesiale che, per parte sua, si adopererebbe a creare un clima sempre più ecumenico; 4) infine, oppone a confessionalità concetti connotati in modo fortemente positivo, quali: plausibilità, autonomia, laicità, cultura, oggettività, neutralità, ecumenismo.

Non è difficile risalire da tali argomenti a quei presupposti cui mi riferivo poc'anzi. Uno di essi, che concerne una certa analisi della realtà, lo ritroviamo anche nell'affermazione che "il sociale... è l'unico fattore che può darci il senso della complessità del reale". Mi limito qui a rilevare l'incoerenza di un'affermazione che, richiamandosi alla complessità, tenti al tempo stesso di ridurla a un solo fattore. È sintomatico che il pensiero che rifiuta la rivelazione di Dio senta il bisogno, suo malgrado, di trovare un fattore primario, un punto fermo cui ancorare la propria visione del mondo, pena la rinuncia a ogni interpretazione coerente e quindi l'ammissione della propria assurdità. In ogni modo, partendo da una presunta priorità del "sociale", rispetto ad altri fattori, nell'analisi della realtà, si vorrebbero giustificare argomenti come quelli al punto 1) e 3). Gli argomenti ai punti 2) e 4), sono invece riconducibili rispettivamente ad altri due presupposti che, all'interno del dibattito sull'IR, si presentano come veri e propri miti. Uno di essi considera la religione come un aspetto marginale della formazione; la religione, perciò, dovrebbe dotarsi di una nuova base di plausibilità, trovando la sua collocazione accanto alle altre discipline e dandosi una veste didattica più avanzata e competitiva. Una concezione riformata della conoscenza afferma, al contrario, che la religione è un orientamento basilare, un atteggiamento di fondo che "colora qualunque materia", che condiziona qualunque ambito di ricerca. L'altro mito considera l'insegnamento delle varie discipline come estraneo a presupposti ideologici. Anche se i ricercatori del Censis vorrebbero dare a intendere che non credono al "mito della neutralità della scienza", questo mito, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra, ossia attraverso la mediazione di termini quali: autonomia, laicità, oggettività, neutralità, tutti usati con riferimento a una presunta indipendenza del sapere da essi veicolato da ogni precomprensione di fede. Questa concezione del sapere, oltre elle errata secondo la visione riformata, è superata anche dai più recenti apporti della filosofia della scienza, secondo i quali "in ogni teoria scientifica vi è un nucleo non scientifico... non sottoposto a prova... e cioè i paradigmi". Così, anche il pensiero secolare, pur senza trarne tutte le implicazioni, ammette il proprio scacco, per non essere in grado di render conto dell'essenza dell'oggetto che indaga attraverso i suoi stessi strumenti". Per essere onesti, bisognerebbe allora riconoscere che non ha senso parlare di laicità, oggettività e neutralità delle discipline accademiche, se con tali termini si intende indipendenza da una scelta fondamentalmente religiosa riguardo alla concezione della realtà da adottare. Tale concezione, nel caso di un sapere che si presume autonomo, è invece un motivo religioso che rifiuta l'autorità del vero Dio, per onorare l'uomo contemporaneo, che "si basa sull'autorità delle sue competenze".

Ma, accanto a questi residui illuministici, evidenziati dall'uso di certa terminologia, c'è anche da prendere atto del tentativo di superare il mito della neutralità della scienza attraverso l'adozione di una prospettiva storico-culturale. Mentre da una parte si vorrebbe reagire alla concezione dell'imparzialità dell'osservatore, riconoscendo la sua condizionatezza storica, dall'altra gli si restituisce il primato, essendo egli chiamato, in ultima istanza, ad attribuire significato agli eventi storici e culturali di cui fa esperienza. La prospettiva storico-culturale è una direttiva che influenza anche quegli "approcci critici moderni" al testo biblico adottati dai ricercatori del Censis. Fare propria questa prospettiva, secondo alcuni, porta a sommergere sia l'interprete sia il testo in una "marea di relatività storica", dove la méta non è più la ricerca di una verità che il testo ha da comunicare, ma un incontro tra il testo e l'interprete ove "accade" il significato, che sarà una cosa diversa da persona a persona. Anche l'ermeneutica di Paul Ricoeur, cui il documento del Censis attribuisce valore normativo nell'interpretazione della Bibbia, rimane all'interno del dualismo tra "espropriazione dell'io gretto e narcisista" (esigenza di oggettività) e recupero dell'autonomia del pensiero speculativo, come mette bene in luce Henri Blocher nella sua acuta disamina del pensiero ricoeuriano. Ed è sempre il falso dogma dell'autonomia, individuato da Blocher come fondamento del pensiero di Ricoeur, a influenzare la prospettiva dei ricercatori del Censis. Dall'analisi del documento, si può ancora rilevare come il continuo ricorso al concetto di cultura, usato in contrapposizione a confessionalità, evidenzi un motivo prettamente religioso, avente come obiettivo l'apprezzamento delle grandi opere e realizzazioni dell'uomo. L'enfasi posta, anche in ambito pedagogico, sulla "produttività creativa dello spirito umano", a prescindere da ogni riferimento al suo Creatore, conferma come il culto dell'uomo sia considerato uno dei maggiori contributi alla formazione e all'educazione. "La cultura sembra essere per alcuni una sorta di mezzo di grazia, una sorta di catechismo, dimostrante il valore dell'uomo... la cultura ha i suoi esegeti... i suoi profeti, e i suoi predicatori si fanno udire in molte istituzioni educative. Pronunciare la parola culturale equivale a una confessione di fede". 

È dunque sulla base di tali presupposti che i ricercatori postulano la necessità di superare la prospettiva confessionale nell'approccio alla Bibbia, in favore di una più ampia visione ispirata all'ecumenismo, nel quadro di un'educazione interculturale e multi-confessionale.

È opportuno, a questo punto, fare cenno a quel problema a monte della ricerca, cui mi riferivo all'inizio del paragrafo. È noto che la ricerca empirica... si pone in necessario confronto con decisioni, interventi, impegni trasformatori, ha cioè una dimensione ricognitiva abbinata a una di tipo pragmatico". Nel caso in esame, la dimensione pragmatica è quella relativa al progetto di integrazione europea, da attuarsi attraverso la costruzione di una comune coscienza e cultura sociale, tesa a "risignificare il senso della vita dell'uomo europeo". La preoccupazione, di fronte alla crisi generale che caratterizza il nostro tempo, si concretizza dunque nell'impegno a "costruire l'Europa dal basso", anche attraverso l'inserimento nei programmi scolastici di un corso di religione a carattere ecumenico. In molti ambienti ecumenici ci si interroga, infatti, sulla possibilità di individuare dei valori accettati universalmente per dare forma a un'etica mondiale", oppure, richiamandosi alle tesi di K.Rahner, ci si appella alle radici comuni dell'Europa per recuperare il senso "ultimo" del nostro continente nella storia del mondo, nella convinzione che, attraverso un processo di condivisione e integrazione orizzontale delle diverse visioni del mondo, l'umanità potrà risanare le sue lacerazioni e ritrovare la perduta unità e identità.

Alcuni non esitano a definire ingenua la fiducia nella possibilità che "un'etica sia in grado di offrire regole... di tipo oggettivo, universale ed eterno", mettendo in guardia dall'uso di un linguaggio vago e ambiguo, che persegua l'unità a scapito della chiarezza di significato. In effetti, l'universalità dei valori, se ricercata sul piano del pluralismo, è un'impresa destinata al fallimento, mancando quest'ultimo di una base teoretica adeguata ed essendo il risultato di una consapevole ribellione collettiva alla legge di Dio, creatore e signore del cosmo e principio di una coerente e unitaria visione della realtà. Di una simile prospettiva pluralista, che oggi va per la maggiore, è convinto sostenitore, tra gli altri, un noto filosofo italiano, il quale, ad esempio, afferma che il proliferare delle più disparate visioni del mondo è un fattore di emancipazione dal "mito assicurativo" di una "realtà solida. Unitaria, stabile, autorevole", e considera il `relativo caos" derivato da quella proliferazione come esperienza di libertà, luogo in cui "risiedono le nostre speranze...". Il problema, dunque, che sta a monte della ricerca promossa dal Censis, si inserisce in un vasto progetto religioso di tipo apostatico, al quale dovrebbe contribuire anche la religione, "purificata", naturalmente, da ogni intransigenza confessionale. L'ecumenismo sarebbe perciò la prospettiva religiosa confacente all'epoca attuale, ma come non ravvisare in esso la pretesa di raggiungere Dio a prescindere dai modi stabiliti da Lui"? Come non riconoscere in tale poderoso progetto dell'uomo contemporaneo l'antica tentazione di dare l'assalto al cielo, unificando le forze di tutti per edificarsi una Torre? Un ecumenismo che non sia in grado di affrontare la questione epistemologica della verità di ogni espressione religiosa, che non riconosca alla Bibbia l'autorità che le è propria, che non difenda l'unicità della fede in Cristo, non e basato su un autentico dialogo fra le religioni, ma solo sulla confusione.

Valutazione della ricerca

Dopo aver esaminato alcune direttive sottese alla logica del documento, tenterò ora di tracciare una valutazione conclusiva, alla luce degli elementi emersi.

Una prima osservazione riguarda la validità di un contributo di ricerca condotta in un campo che non è di propria competenza, in questo caso, di una ricerca condotta da sociologi in ambito pedagogico ed educativo, concernente modalità e contenuti specifici dei processi di trasmissione culturale e di formazione dell'identità. È molto ampio, in tale ambito, il dibattito sulla necessità di un'impostazione interdisciplinare della ricerca, sia a livello di elaborazione teorica, sia a livello di applicazione delle ipotesi alla soluzione dei problemi. Il nodo che resta ancora insoluto è quello relativo alle condizioni di possibilità dell'interdisciplinarità. Sono senz'altro benvenuti tutti quei contributi che fanno luce sui diversi aspetti dell'oggetto d'indagine, ma quale reale incremento di sapere possono essi apportare, se non si sono prima concordate, insieme agli altri esperti disciplinari, visioni non contraddittorie della realtà e dei modi per conoscerla? Non si corre, altrimenti, il rischio che I” ‘esigenza di interdisciplinarità si risolva in un ibrido concettuale e metodologico confuso e indeterminato"? I ricercatori del Censis non solo non si pongono qui il problema epistemologico, ma non sembrano nemmeno attenti a evitare una certa genericità dei loro riferimenti pedagogici. Rifarsi, come ultimo approdo, alla funzione della scuola e a una non meglio identificata "condizione psico-mentale dell'alunno" è un'operazione che riflette sia un insufficiente approfondimento delle tematiche educative, sia la strumentalità di tali argomenti, usati per supportare tesi che, forse, si intuiscono non adeguatamente giustificate.

Ma ci si può ancora porre una domanda sulla legittimità della scuola pubblica, e quindi dello Stato, di operare scelte in materia religiosa, avanzando ipotesi sull'interpretazione della Bibbia e sul suo significato educativo. Abbiamo già dimostrato l'inconsistenza di una prospettiva culturale che si presuma neutrale e indipendente da scelte fondamentali di tipo religioso. Anche in ambito cosiddetto laico, coglie bene nel segno il filosofo Massimo Cacciari, quando sostiene che una lettura culturale della Bibbia, che non tenga conto del fatto che essa è una rivelazione, tradisce la natura stessa del testo. In sintesi, mi pare che la scuola pubblica, nel prendere atto del bisogno che l'uomo ha di conoscere e di esprimere i valori religiosi, debba riconoscere la propria incompetenza in tale ambito, lasciando a ogni religione la libertà di operare, dall'esterno e secondo le sue risorse, per promuovere la propria visione del mondo. Lo Stato non è sovrano su ogni ambito della vita e la scuola pubblica si assumerebbe una grave responsabilità qualora pretendesse di definire i criteri interpretativi del testo biblico e di gestirne la didattica, fosse anche per scopi "umani, culturali, funzionali", strumentali, in ultima analisi, a programmi di controllo sociale. 

Infine, si può rilevare la natura del rapporto tra premesse, dati emersi dal sondaggio e conclusioni della ricerca. In realtà, ci troviamo qui di fronte a due tesi: una tesi esplicita (la correlazione tra l'insegnamento della Bibbia e una sua didattica di tipo confessionale), e una tesi implicita (la necessità che la scuola pubblica si assuma il compito del l'insegnamento culturale della Bibbia), tesi contenuta fin dall'inizio nelle premesse, ossia nell'analisi della realtà sociale preliminare al sondaggio, e ribadita infine nelle conclusioni. Così, è irrilevante sapere se e quanto i dati emersi dal sondaggio (a prescindere dalla loro esiguità) convalidino la tesi esplicita; importa piuttosto constatare come quest'ultima serva egregiamente da strumento per veicolare la tesi implicita, collocata sul piano dei presupposti, ben più pregnante dal punto di vista etico e più ricca di implicazioni assiologiche. Per questo, nella misura in cui rimane insoluta l'ambiguità di fondo sugli scopi perseguiti e sui concetti impiegati, le conclusioni che la ribadiscono non trovano una convalida esterna. In questa ricerca, gli anelli terminali della catena (premesse e conclusioni) si saldano insieme, servendo da supporto l'uno all'altro e le argomentazioni risultano così autogiustificate. La tesi esplicita e la ricerca in cui è inserita sono, a mio avviso, più un pretesto per sostenere proposte di politica sociale ed educativa che un reale tentativo di problematizzare una situazione, esponendo le ipotesi di soluzione al confronto intersoggettivo e alla verifica.