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Un'ambizione impropria

di
Pietro Bolognesi

La prima cosa che salta agli occhi ad un osservatore anche superficiale della realtà religiosa italiana, è che malgrado la crescita di una ponderosa pubblicistica teologica, l'uomo medio rimane in proposito poco più che analfabeta. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti e riguardano tutte le fasce sociali. Si può dunque capire perché illustri studiosi abbiano pensato alla possibilità di proporre l'insegnamento della Bibbia nell'ambito della scuola pubblica. In questo articolo, peraltro molto sintetico, vorrei contribuire ad arricchire la riflessione sull'argomento facendo alcune osservazioni su una qualifica dell'insegnamento che non mi pare sia stata fin qui sufficientemente considerata.

Fino ad ora, come si sa, sono fiorite le letture religiose del testo biblico e ora si vuol reclamare i diritti per una lettura che dovrebbe essere estranea a presupposti di tipo confessionale e religioso. Vi dovrebbero dunque essere degli insegnanti preparati al di fuori d'ogni discorso confessionale che con una lettura non di fede si limitino ad interpretare il testo. Se da un lato vi sono credenti che fanno letture confessionali, dall'altro vi saranno dei non credenti che interpreteranno soltanto. Da un lato vi sarebbe il sacro e dall'altro il culturale; da un lato il confessionale e dall'altro il laico. 

Due interrogativi

È possibile considerare questo testo sacro come un semplice genere letterario? Il laico dirà di sapere molto bene che la propria lettura rimane una lettura parziale, ma le questioni che si pongono vanno al di là di tale ammissione. Qui di seguito vorrei accennare a due questioni in particolare.

Prima di tutto bisogna sapere se sia possibile scindere il testo in maniera tale da rispettare le due diverse dimensioni in cui esso si presenta. Come si sa la Bibbia si presenta come parola di Dio in parole umane. Ci si deve allora chiedere se l'interpretazione scientifica possa arrogarsi il diritto di sezionare il testo al punto da isolare gli elementi letterari da quelli strettamente religiosi.

Una prima osservazione riguarda cosa si debba intendere per "sacro" e per "umano". È possibile fornire delle definizioni di questi termini che siano accettabili? Si può seriamente sostenere che esiste una comprensione così netta di queste dimensioni dell'esistere? Non c'è forse la necessità di collegare i due concetti tanto essi sono intrecciati?

Ammesso poi che si possa veramente giungere ad una definizione rigorosa di questi concetti si tratta di stabilire il criterio per operare la separazione. Non basta infatti sapere cosa si possa intendere per "sacro" e per "umano", bisogna anche avere un criterio per distinguerli nel testo biblico stesso. Certamente qualcuno ritiene di poter persino quantificare in percentuale l'elemento umano del testo (60%, 70%, ecc.), ma qual è il criterio oggettivo da utilizzare per operare tale cernita?

Una possibilità consisterebbe nell'andare alla ricerca degli elementi comuni alle varie interpretazioni confessionali per considerare questi come gli elementi culturali. La dimensione culturale sarebbe un pò come il minimo comune denominatore delle varie letture di fede. Si può ammettere ciò? Un simile metodo potrebbe attirare per la sua elasticità, ma l'oggettività è evidentemente un'altra cosa.

Qualcuno potrebbe allora suggerire un'altra via e sottolineare la validità dei metodi critici esistenti. Negli ultimi decenni v'è stata infatti una grande proliferazione di metodi di lettura biblica che hanno tutti vantato l'etichetta di "scientifica". A mio modo di vedere però non basta dire che si vuole fare una lettura scientifica, bisogna chiarire se si tratterà di una lettura storico-critica, di una materialista, di una femminista, di una psicologica, di una sociologica, ecc. Oggi non è più permesso essere ingenui. Gli studiosi sanno molto bene quali siano gli obiettivi "risultati" di due secoli di critica biblica. Essi sono veramente poca cosa. Da essi traspaiono più divergenze che convergenze. Le letture che si vantano di essere le più obbiettive, sono il più delle volte in netto contrasto tra loro in nome della propria obiettività. E allora? Cosa si deve intendere per oggettività in questo contesto? Chi dice critica, dice criterio, ma chi fornisce i criteri alla scienza biblica? L'idea di una pura oggettività della scienza rappresenta ormai solo un sogno illuministico del tutto superato, e allora perché intestardirsi a sbandierarlo?

Nella Bibbia, d'altro lato, i vari elementi si intersecano e si confondono perché fanno tutti parte della vita e la Bibbia è un libro di vita. Come si fa a leggere l'AT come storia di un popolo e basta? È possibile allontanare il fatto che si tratta della storia del popolo eletto di Dio? Come si fa a leggere i vangeli come storia del falegname Gesù di Nazareth? È possibile ignorare la sua qualità di Figlio di Dio? Come si fa a leggere la storia della comunità primitiva facendo conto che essa non sia la comunità del Risorto?

Il grande comandamento dato dal Signore non contiene alcuna traccia d'una possibile scissione tra religioso e culturale. "Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua e con tutta la mente tua" (Mt. 22:37). Altrove è scritto che il principio della conoscenza è il timore del Signore (Pr. 1:7).

La Scrittura si presenta in maniera tale da escludere la possibilità di distillare in essa elementi di un tipo o di un altro. Tutto fa parte di un insieme che si presenta come rivelazione di Dio.

Il secondo interrogativo riguarda lo statuto del testo che potrebbe risultare dalla sezionatura che si ipotizza. Bisogna cioè chiedersi se la decantazione alla quale si giungerebbe fornirebbe all'interprete il testo della Bibbia o qualcosa di diverso. Che cosa avviene quando si separa il testo biblico in parti umane ed in parti sacre?

L'ambizione a separare testo umano/culturale da quello sacro si risolve in definitiva nella negazione della scientificità stessa. Caratteristica del metodo scientifico non è forse quella di rispettare l'oggetto per come si presenta? Separato dal corpo un braccio non è più lo stesso che quando è unito ad esso. In questo senso il tentativo d'isolare non è solo qualcosa d'artificioso ed utopistico, ma è anche la negazione del rigore scientifico, che si vorrebbe invece privilegiare.

Dire metodo scientifico, non significa forse dire metodo? La scienza non è un fine, ma un mezzo. Ciò significa che essa deve servire l'oggetto in quanto tale e non viceversa. A seconda della natura dell'oggetto allora, il criterio scientifico per studiarlo dovrà essere diverso. Un essere vivente non può essere studiato con lo stesso apparato investigativo che si utilizza quando si studia una macchina. Ogni indagine richiede un apparato che sia adeguato all'oggetto dell'indagine stessa. Ma se si comincia lasciando da parte una delle dimensioni proprie all'oggetto, si distorce l'oggetto stesso. La scienza deve dunque essere al servizio dell'oggetto e non viceversa.

Il senso d'una formazione teoricamente così parziale, è anche messo in discussione dai molteplici aspetti in cui lo stesso apprendimento avviene. In genere quest'ultimo si configura sempre come una sintesi di valori teoretici, pratici, personali, contestuali, ecc. L'obiettivo di un'istruzione ad una sola dimensione appare dunque come una pia utopia. Un'utopia che può rimanere tale solo se si conserva a monte una visione atomistica del sapere che comporterà inevitabilmente tragiche schizofrenie.

Si deve inoltre rilevare che siccome l'elemento religioso non costituisce solo una caratteristica inalienabile del testo, ma anche una condizione essenziale alla sua interpretazione, è da ritenere che il testo non potrà essere interpretato correttamente se non sarà conservato nella maniera in cui esso si presenta. Quale sintonia potrà infatti esservi quando si pretende anestetizzare una parte del testo?

Se ne deve dunque concludere che come la lettura di fede non può fare a meno di quella culturale, così quella culturale non può fare a meno di quella di fede. Esse sono inseparabili come lo è il testo stesso e come non può non essere per l'interprete stesso. O si legge dunque la Bibbia come rivelazione umana e divina, o non si legge la Bibbia. Tutte le soluzioni alternative attentano all'autopresentazione del testo stesso e sono destinate a deformarlo anziché a spiegarlo.

Conclusione

Se è proprio alla ratio aprirsi a tutte le ragioni, non ci dovrebbe essere motivo per credere che queste osservazioni non vengano prese in seria considerazione da coloro che sono interessati a superare la diffusa ignoranza che circonda la Bibbia e sono impegnati a riflettere sulla questione.

La questione riguarda dunque anche le letture del testo biblico fatte da coloro che si dicono credenti. Pensare che essi possano cimentarsi in una lettura esclusivamente culturale è una vera e propria assurdità. Se si prende sul serio quanto hanno sottolineato in modo così chiaro i Riformatori a proposito dell'interpretazione e cioè che il testo deve spiegarsi da solo (Scriptura sui ipsius interpres), non si può lasciare da parte ciò che hanno fatto gli stessi interpreti del Nuovo Testamento. Essi hanno fatto un'esegesi dell'Antico Testamento che non ha posto da un lato l'elemento culturale e dall'altro quello "spirituale", ma li hanno conservati entrambi. Un'esegesi della Bibbia che tenti di fare il contrario non sarà mai un'esegesi accettabile.

La Scrittura, in tutte le sue parti, si presenta come la rivelazione di Dio in parole di uomini. In modo implicito o esplicito ogni insegnamento è accompagnato ed impregnato della necessità di scegliere chi servire, Dio o il mondo. Anche i testi che hanno in apparenza un sapore più informativo o didattico, in ultima analisi hanno sempre a che fare con l'annuncio della salvezza o l'edificazione della chiesa. Come tali obbligano sempre ad una presa di posizione per o contro Colui che si è rivelato. Dio richiede sempre dei confessanti e non semplicemente delle persone in possesso d'informazioni letterarie sulla Sua rivelazione.

Per sapere che Gesù è venuto dopo il profeta Isaia, che è esistito sotto Ponzio Pilato, che ha preceduto la scoperta dell'America e la rivoluzione francese, basta un dignitoso libro di storia piuttosto che uno specifico corso di cultura biblica. Perché o si legge la Bibbia come rivelazione umana e divina, o non si legge la Bibbia. Tutte le soluzioni alternative, per quanto possano dare l'impressione di qualcosa di meglio che nulla, sono in definitiva meno di nulla. Si risolvono infatti in una deformazione del testo anziché in una sua spiegazione.