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Clemente Alessandrino

Il primo docente a noi noto del Didaskaleion di Alessandria Panteno, «vera ape sicula, che coglieva fiori dai prati profetici e apostolici», come lo definisce Clemente.

Clemente Alessandrino, di origine ignota, pagano di nascita, intelletto coltissimo, dopo avere molto viaggiato, divenne discepolo, collaboratore e successore di Panteno alla Scuola biblica di Alessandria. La persecuzione di Settimio Severo lo indusse a cercare rifugio in Cappadocia, ove perdiamo le sue tracce. Morì verso il 215-216. Egli aveva concepito il piano di un'opera di vasta mole, una sorta di trilogia del Logos missionario, pedagogo, maestro; ma non ne scrisse che le due prime parti, oltre ad alcuni saggi preparatori della terza.

La prima, il Protreptikòs pròs Ellenia (da protrèpein, convertive) e un’apologia sul modello di quelle del II secolo. La seconda, il Paidagogos è un trattato di morale, di ispirazione stoico-cristiana. Nei sette Stromateis (letteralmente: tappeti variopinti, quindi: miscellanee) Clemente cerca di sviluppare, in antitesi alla gnosi eretica, il concetto di una «vera gnosi», accettabile per la Chiesa, Clemente riconduce l'ideale della perfezione cristiana dal piano intellettuale a quello etico, comune a gnostici e semplici credenti, e ne addita il vertice in quella disponibilità per il martirio, in cui i semplici credenti si distinguevano più degli aristocratici membri dei circoli teosofici; ma nella comune perfezione della fede, egli ammette resistenza di un particolare carisma, quello della conoscenza e della investigazione intellettuale.

II «vero gnostico» si può riconoscere dal suo amore per la conoscenza di Dio, considerata come un fine in sé, anzi, come il più elevato dei fini: tanto che, se si potesse dividere ciò che è inseparabile, il vero gnostico preferirebbe la conoscenza di Dio alla sua stessa salvezza. Inoltre, il vero gnostico è fedele alla tradizione ecclesiastica: «Per noi è gnostico soltanto colui che è invecchiato nello studio delle Sante Scritture seguendo la rettitudine apostolica ed ecclesiastica dei dogmi». La posizione di Clemente è dunque una sintesi di tradizionalismo ecclesiastico e di libertà intellettuale. Nella omelia Quis dives salvetur? Clemente, commentando l'episodio del giovane ricco, sostiene che il cristianesimo esige il distacco interiore dalle ricchezze, ma non impone di rinunciarvi materialmente.