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Pontifex Maximus

Sacerdoti. I singoli Romani non avevano bisogno di sacerdoti per le loro cerimonie religiose, che ogni famiglia celebrava nella propria casa; ma i sacerdoti erano necessari per le funzioni da farsi in nome di tutto lo stato. In origine il supremo moderatore della vita religiosa pubblica era il capo stesso dello stato, il rex; e sempre il re, divenuto "rex sacrificulus", investito cioè di sola autorità religiosa, conservò nominalmente il primo posto fra i sacerdoti romani.

Lo stesso Romolo, aveva alla fondazione di Roma un autorevole potere religioso e sacrale; molto debole invece quello politico, solidamente conservato da un'oligarchia patrizia (patres) già presente in precedenza sul territorio, soprattutto nei vicini villaggi dislocati sui colli Albani (lega latina).

Con l'andare del tempo la maggior somma di autorità passò al PONTEFICE MASSIMO, il quale prese pure, come il re, a risiedere nella Reggia (Regia).

In precedenza, molta dell'autorità di cui godeva il re, lo si deve che lui si considerava anche come capo della religione. Al dissidio con i sacerdoti sono da ascriversi alcuni avvenimenti che indeboliscono e a volte mettono l'autorità regia in serio pericolo. Alla religione si deve anche il prestigio che Roma acquista quando ottiene la supremazia nella Lega Latina (che in origine, era a carattere religioso); supremazia questa che in seguito sarà sfruttata per il raggiungimento di altri scopi.

Il Pontefice Massimo, assistito dal "Collegio dei Pontefici" (Livio attribuisce a Numa quest'istituzione), presiedeva a tutta la vita religiosa romana, prescrivendone le norme e provvedendo alla nomina di altri sacerdoti.

Fra questi i più importanti erano i tre "Flamini" maggiori, assegnati al culto di Giove, Marte e Quirino (altri dodici Flamini erano addetti a altrettante divinità minori); i ventiquattro "Salii", sacerdoti di Marte, i quali custodivano i 12 scudi e le lance sacre al dio, che durante il mese di Marzo essi portavano in giro per la città, cantando antichi carmi sacri e danzando; le "Vestali", addette alla conservazione del fuoco sacro della città, acceso nel tempio di Vesta, scelte fra le più giovani delle più autorevoli famiglie romane e fatte segno ai massimi onori, ma soggette a una disciplina rigorosissima, per cui erano condannate a essere sepolte vive, qualora venissero meno ai loro doveri; gli "Auguri", i quali avevano l'ufficio di indagare la mente degli dèi, osservando il volo, il canto e altre manifestazioni della vita degli uccelli ("auspicium" o "avispicium"); perché i Romani non credevano di poter intraprendere nessun atto di una certa importanza senza aver prima preso l'"augurio", né assegnare un'area alla costruzione di un tempio o a altro uso solenne, senza che questa fosse stata "inaugurata", cioè delimitata dagli auguri per prendervi l'auspicio.

Seguivano per importanza i venti "Feciali", i quali avevano il particolare ufficio di funzionare quali ambasciatori; i "Quindecemviri sacris faciundis", custodi dei libri sibillini e incaricati della consultazione dei medesimi e del culto delle divinità forestiere ("dei peregrini"); i "Settemviri epuloni", cui spettava il compito di allestire il grande banchetto che nelle I° di Novembre si offriva in Campidoglio a Giove, Giunone e Minerva, al quale partecipavano i Senatori e tutti i magistrati romani; i "Lucerci", sacerdoti di Fauno (detto anche Luperco, in quanto protettore delle gregge contro i lupi), i quali, durante certe feste di purificazione della città, che si celebravano nel mese di Febbraio ("Lupercalia"), correvano per le vie di Roma recando in mano delle strisce di cuoio o "februe" (donde il nome di febbraio dato al mese), con cui sferzavano tutte le donne che incontravano (queste non si difendevano, convinte che le februe avessero il potere di purificare e conciliare la felicità coniugale); i dodici fratelli "Arvali", cui spettava celebrare sacrifici in un bosco sacro, lungo il Tevere, allo scopo di ottenere la fecondità dei campi e l'abbondanza dei raccolti, eseguendo, durante la cerimonia, danze accompagnate dal canto di un carme (Carmen fratrum Arvalium).

D'altra parte riconoscimento pubblico ebbero pure in Roma gli "Aruspici", sacerdoti etruschi abili nel leggere la mente degli dèi e il destino delle cose umane nelle viscere degli animali sacrificati ecc.